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mercoledì 07/06/2017

Mercurio Loi, la rivoluzione discreta della Bonelli verso il fumetto d’autore

La nuova serie di Alessandro Bilotta nella “Roma dei pazzi”

Mercurio Loi è un fumetto diverso da quelli arrivati in edicola negli ultimi anni. Certo, è pubblicato da Bonelli nel classico formato da edicola, quindi si autocolloca nel mercato più popolare. E ha molti elementi della serialità: un anti-eroe che è un po’ Sherlock Holmes e un po’ Batman, il professore di storia Mercurio Loi, che ha la sua spalla, il suo Robin, in Ottone, e c’è un cattivo, il mai domo Tarcisio con i suoi diabolici piani. Le concessioni al canone sembrano però funzionali a far metabolizzare meglio tutte le novità che Alessandro Bilotta, a lungo sceneggiatore di Dylan Dog e creatore della serie, sottopone al lettore (e alla Bonelli). Quelle più appariscenti sono le tavole a colori, eccezione sempre più frequente al bianco e nero bonelliano, e l’ambientazione storica, la “Roma dei pazzi” (il titolo del primo episodio), all’inizio del Diciannovesimo secolo. La “Città eterna” è sempre uguale eppure il salto temporale permette di raccontare di un Papa monarca assoluto, di carbonari che complottano, di vicoli e sampietrini non ancora devastati dal turismo e dall’incuria. Altra novità che si nota subito: le copertine di Manuel Fior, contorni indefiniti, colori che sembrano svaporare come ricordi di un sogno appena sognato. All’interno, invece, le tavole sono del più concreto Matteo Mosca, preciso ed elegante, che già aveva illustrato la prima apparizione di Mercurio Loi nella collana Le Storie del 2015; ora ristampata in un elegante volume cartonato. Mosca ha il compito di realizzare quella che è la vera rivoluzione imposta da Bilotta: in tv si direbbe di linguaggio, nei fumetti “di tecnica”. Mercurio Loi è molto scritto, i personaggi parlano, passeggiano, per tavole e tavole, le scene action sono di poche pagine, tutto sommato marginali. La scrittura non è solo nella quantità di testo sulla pagina, ma anche nella regia: i fumetti migliori sono quelli che raccontano con il montaggio, con la scelta delle inquadrature, con il ritmo scandito dal taglio delle vignette.

Non ci sono didascalie, niente spiegazioni che appesantiscano il puro racconto sequenziale, i colpi di scena non sono sottolineati o preparati, tutto scorre fluido ma solo per il lettore che accetti di concentrarsi, di entrare nella “Roma dei pazzi” con Bilotta. Mercurio Loi non è il fumetto da leggere con una mano sola in piedi sul tram, nella ressa. Ma da centellinare come un bicchiere a fine serata in poltrona, in una casa silenziosa. Mantenere questa qualità in una serie mensile è difficile, ma Bilotta può riuscirci.

 

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