Nel ricostruire la stagione del potere vero di Clemente Mastella, quando lui era Guardasigilli e la moglie presidente del Consiglio regionale della Campania, i giudici di Napoli scrivono di “censurabile logica di spartizione delle cariche politiche e dunque di illecita lottizzazione degli incarichi tra i partiti sulla quale si fondavano gli equilibri interni alla maggioranza” della giunta campana di Antonio Bassolino. Illecita, perché non seguiva “i criteri di merito” alla base “del buon funzionamento della Pubblica amministrazione”.

È il “mastellismo”, bellezza. E tu non puoi condannare Mastella per questo. Però trasudano di critiche alle pratiche mastelliane le 302 pagine delle motivazioni dell’assoluzione di Mastella e della moglie Sandra Lonardo al processo per l’Udeur connection, un partito che fu ritratto dai pm come un’associazione a delinquere e che stamane alla Stazione Marittima proverà a rinascere in soccorso a Berlusconi, Mastella accusato di aver estorto al governatore Bassolino la nomina di un suo uomo all’Asi (Area sviluppo industriale, un consorzio) di Benevento minacciando una crisi, e di aver provato a costringere insieme alla signora Lonardo il manager dell’ospedale di Caserta Luigi Annunziata a dimettersi perché non rispondeva più ai loro ordini. La sentenza è del 12 settembre. Nove anni e otto mesi dopo l’arresto della moglie, le dimissioni da ministro di Giustizia, la caduta del governo Prodi. Poche settimane di fuoco, all’inizio del 2008.

Il verdetto ovviamente fu una gioia per Mastella. “L’assoluzione toglie quella patina ingenerosa che con cattiveria mi è stata buttata addosso. Hanno tentato di umiliarmi. Non dimentico le offese di Grillo al ‘vaffa-day’. Oggi, la risposta a quelle offese è che Mastella è una persona perbene”, disse a caldo a Il Mattino. Tre mesi dopo ecco le motivazioni di un’assoluzione “perché il fatto non costituisce reato”. Che certamente riabilitano Mastella, difeso dagli avvocati Alfonso Furgiuele e Fabio Carbonelli. Ma lasciano ombre sul mastellismo.

La sentenza firmata dal presidente della Quarta Sezione Penale del Tribunale di Napoli Loredana Acierto richiama intercettazioni, deposizioni e riflessioni sulle ipotesi di accusa (il pm Ida Frongillo riqualificò l’imputazione di Mastella da concussione in induzione indebita). La Corte è così sicura dell’innocenza di tutti gli imputati – tra i quali anche ex assessori e dirigenti del Campanile – che la sentenzia anche per i reati prescritti. Ma la buona politica è un’altra cosa e secondo i giudici non apparteneva al modus operandi Udeur. Lonardo è assolta perché l’imprecazione “per me è un uomo morto” durante una telefonata con il consuocero Carlo Camilleri a proposito di Annunziata “ha un significato metaforico”, è uno sfogo con un familiare e non essendo mai arrivata alle orecchie del manager “non si vede come possa avere avuto incidenza sulla sua libertà di autodeterminazione”. Mastella è innocente perché Bassolino “non ha mai dichiarato di essere stato costretto a nominare Abbate”, gli “assessori non avevano esercitato ulteriori significative pressioni perché in tempi rapidi Bassolino si era determinato ad accogliere le richieste di Mastella” e anche in caso di ostruzioni degli assessori mastelliani “avrebbe comunque potuto sostituirli”. La nomina chiesta da Mastella però fu compiuta “in violazione del principio di buon andamento ed imparzialità della Pubblica Amministrazione sancito dall’art. 97 della Carta Costituzionale”. Non è reato. Ma neanche una bella cosa.