Margi ha dietro a sé tre mesi di ospedale. Deve starsene ancora un po’ lì, nel letto, ma più che curarsi l’osso del collo – ha avuto un incidente – c’è un più urgente malanno da sanare, quello dello spirito, e la giusta medicina, lei che da Francesco s’è sentita dire “credo di non amarti più”, lo trova nella sua compagna di degenza.

Ecco la trama di Fai piano quando torni. È il romanzo di Silvia Truzzi, una firma che i lettori del Fatto Quotidiano ben conoscono e della quale, adesso, potranno apprezzarne una prova d’arte mozzafiato, tutta di dolcezza e stupore. Ed ecco, in Fai piano, la monade sottile che diventa due: la protagonista che si chiama Margherita – Margi per gli intimi, e i lettori sono a buon diritto tali – e poi Anna, una signora settantenne, che ogni settimana scrive una lettera a Nicola (e ne legge una di lui, nel viceversa circolare dell’abbraccio di sollecitudine, ascolto e parola chiamato amore). Il vuoto e il colmo in una stanza. È stato scritto ieri, Fai piano, per continuare nell’immaginazione, nel sentimento e nell’immedesimazione dei lettori. L’assenza nella vita di Margi – tempo prima era rimasta incinta, perdendo il figlio dopo cinque settimane – e un’esistenza stipata di vita quella della signora Anna che come un elisir, goccia dopo goccia, vince la ritrosia di Margi per travolgerla nel giorno dopo giorno con la propria storia.

Una monade che si fa due, l’incontro tra le due donne. Margi non perdona al destino di non avere più l’amatissimo padre, morto troppo presto, mentre con la madre – bellissima, elegante – ha un rapporto di duro conflitto. La storia di Anna è quella di una donna assai povera, mandata a servizio a nove anni a casa di una nobile famiglia dove imparerà a vivere, a cucinare e a leggere e scrivere per volere del “democratico” conte. L’amore suo è Nicola, un carabiniere napoletano che non potrà sposare per il veto oppostole dai genitori: “Un meridionale, mai”. I giorni di Margi sono come le suture tra un passo e il seguente, indifferente se grande o piccolo, per arrivare alla terra salda della serenità. Amava Margi, ama – nell’assenza – Anna. Nicola finirà per sposare un’altra donna, Nunzia, e Anna ripiegherà su un uomo rozzo e violento continuando ad amare per tutta la vita Nicola e non interrompendo mai con lui il rapporto epistolare. Entrambi avranno dei figli. Anna una sola, Raffaella, ricca, fredda e che disprezza madre e padre, troppo poveri.

Anna versa a Margi tutta la sua vita. È orgogliosa di sé: la servetta di una volta è riuscita ad aprire un negozio a Bologna dove si fanno le migliori lasagne del mondo. In ospedale Margherita riceve le visite dello psicologo che deve aiutarla a uscire dalla sua depressione, ma lei lo disprezza, le sembra una collezione di luoghi comuni. Quando Margherita poi verrà dimessa – guarda un po’ – riceverà un messaggio dello psicologo dell’ospedale che vuole rivederla. Ha preso una sbandata per lei, e Margi tronca ogni rapporto.

Il pensiero di Francesco, l’uomo che credeva di non nutrire più amore per lei, le bussa sempre in petto. Una sera Margherita rientrando a casa della madre dove è tornata a vivere, lo trova seduto in giardino. Francesco si ricorda ancora dell’abitudine della madre di lei: una copia delle chiavi dietro la siepe del giardino di casa. Vedendolo ha un tuffo al cuore, non l’ha mai dimenticato: fa piano quando torna, appunto, e…

Ecco, è stato scritto ieri Fai piano quando torni per continuare oggi, domani e poi restare nel vivo sentire dei lettori perché la forma romanzo – nella limpida e compiuta costruzione della lingua – descrive la traiettoria propria del respiro. La prosa di Silvia Truzzi è ipnotica. Ogni suo periodare – nei dialoghi e nelle scene – è un mantra cui chi legge porta se stesso. Ed è come quando si narra di una favola che impiega anni e anni per sbocciare tra i giorni grigi. E la favola, nella grazia di un libro – la letteratura è arte, e Truzzi questo fa – pur seminata tra le lenzuola di un letto d’ospedale, va a gettare un fusto che quasi esplode in una smagliante festa di fiori. Manco fosse Capri, anzi, proprio a Capri.