Il Trattato di Maastricht rappresentò il sigillo sulla Seconda guerra mondiale in Europa, figlio legittimo della riunificazione tedesca. Alla caduta del Muro di Berlino – celate dietro entusiasmi di circostanza per la fine della divisione imposta dal comunismo sovietico all’Europa libera – ribollivano ataviche paure di una Germania nuovamente über alles.

Il presidente francese François Mitterrand concepì un compromesso: l’assenso alla Riunificazione contro la rinuncia di Bonn al marco e la creazione di una moneta europea sottratta allo strapotere della Bundesbank. Helmut Kohl per quanto riluttante, pur di scolpirsi nella Storia come Cancelliere della Riunificazione, accettò fissando una serie di condizioni:

1) La moneta unica avrebbe dovuto poggiare su un ferreo impianto fiscale, senza la possibilità di finanziare spesa o debito pubblico attraverso la stampa di moneta. Il bilancio dei Paesi membri doveva rimanere in pareggio e, escludendo le recessioni, mai superare il 3% (limite che, in base all’esperienza storica del tempo, avrebbe impedito l’esplosione del rapporto debito/Pil).

2) La Bce sarebbe stata ancor più indipendente della Bundesbank e nessun politico avrebbe potuto influenzare le sue decisioni.

3) La sede della futura Bce sarebbe stata Francoforte per segnalare che le radici della stabilità monetaria teutonica non venivano recise e trapiantate in qualche humus latino (gli altri Paesi replicarono che il presidente della Bce non sarebbe stato un tedesco).

Il Trattato di Maastricht rese operativo questo impianto approntato da Francia e Germania e gli altri Paesi (Italia inclusa) aderirono senza riserve. In pochi prevedevano che si sarebbe mai realizzato.

La moneta comune era destinata inizialmente a comprendere solo Francia, Germania, Olanda, Belgio, Lussemburgo e Austria. I Paesi mediterranei sarebbero entrati alla spicciolata dopo diversi anni di purgatorio fiscale. Il parametro sul debito pubblico (60% del Pil) fu scelto perché non costituiva un problema per i paesi del nucleo centrale, con un’eccezione che si rivelò fatale: il Belgio. Il piccolo regno aveva un debito pubblico di proporzioni italiane ma era economicamente troppo integrato con i vicini per essere tenuto fuori dalla moneta unica. Pertanto si decise di tollerare un debito pubblico superiore al 60% del Pil, ma in discesa.

A metà degli anni 90 Spagna, Irlanda, Finlandia e Portogallo intrapresero la strada del risanamento e poterono aspirare a entrare nel gruppo dei fondatori dell’euro. L’Italia invece rimaneva preda dei problemi incancrenitisi dagli anni 60. Accogliere un Paese con finanza pubblica disastrata, burocrazia demenziale e sistema politico instabile fu una decisione squisitamente politica, propugnata dai francesi, e quindi intrisa di madornale insipienza. Nel 1997 Parigi ritenne che inglobando un Paese disfunzionale, la moneta comune non si sarebbe apprezzata troppo e l’Italia avrebbe bilanciato il peso dei tedeschi nella Bce.

Serrando gli occhi sulle magagne contabili e accogliendo le solenni promesse (mai mantenute) di disciplina fiscale da parte di Carlo Azeglio Ciampi e Romano Prodi, l’Italia venne ammessa nel club dell’euro. Roma ottenne un gigantesco beneficio, in termini di minori oneri sul debito pubblico, senza precedenti nella storia dell’umanità. Beneficio in seguito dilapidato da governi di destra e sinistra. Senza la moneta unica, l’Italia sarebbe collassata come l’Argentina entro il 1998 e probabilmente sarebbe scivolata verso una deriva di stampo jugoslavo, innescata dalla Lega secessionista.

Purtroppo il Trattato di Maastricht fu concepito per Paesi seri, adusi a seguire regole e impegni e di conseguenza vennero previste sanzioni troppo blande per le trasgressioni. L’Italia violò quasi da subito, la Grecia imbrogliò senza ritegno, ma quando all’andazzo si unirono anche Francia e Germania il vulnus divenne insanabile. La disciplina di bilancio si infranse e Eurolandia arrivò zoppa alla crisi del 2007-08. Le convulsioni per ritrovare una governance della moneta unica e l’eccezionale sforzo di Mario Draghi per tenere la barra sono storia recente.

Il Trattato di Maastricht doveva forgiare l’integrazione dell’economia europea, prepararla alle sfide della globalizzazione e arginare la mala politica. Gli ostacoli per raggiungere questi obiettivi anche creando una Federazione europea si sono rivelati più ostici del previsto. I governi nazionali hanno cassato i poteri delle istituzioni europee, ma le hanno vigliaccamente additate come capro espiatorio. Le vandee di Agropoli, Piazza Syntagma e Puerta del Sol per quanto tenaci sono fuori dalla storia, come ha imparato Tsipras. Sia pur indeboliti, i vincoli di Maastricht funzionano esattamente come erano stato concepiti: rendono insostenibili i comportamenti cialtroni esaltati dai teorici delle fritture di pesce per comprare voti ricorrendo alla spirale svalutazione-inflazione. Per questo nelle madrasse virtuali dove i creduli si abbeverano alle fonti del webetismo, l’euro è assurto a bersaglio preferito dei sempiterni Minuti dell’Odio.