Molti dei preti gay coinvolti nella vicenda raccontata dal Fatto, con il dossier dell’escort Francesco Mangiacapra che ha censito oltre 50 religiosi e le loro abitudini sessuali, meritano delle attenuanti. Hanno semplicemente fatto quello che fanno probabilmente tante altre persone, appartenenti a diversi gruppi sociali e professionali. Nei tanti festini a luci rosse in giro per l’Italia, nella miriade di giri di prostituzione etero o gay della Penisola sono coinvolte tante persone insospettabili, tanti adulti consenzienti, i quali non fanno niente di male, sempre che non coinvolgano minori e non commettano reati. Sotto questo profilo, i preti sono uomini identici agli altri e non hanno ricevuto in dono da Dio o dai seminari una sessualità depotenziata. Hanno bisogni sessuali identici a quelli del resto della popolazione.

Le attenuanti crescono per quei preti, e non sono pochi, che ci hanno provato ad avere una vita casta, a lottare eroicamente contro l’umanissima forza del loro desiderio. Ci hanno provato in seminario, dinanzi alle proposte inequivocabili del vicino di stanza o del teologo insegnante. Poi ci hanno provato ancora in parrocchia, quando sono aumentate le possibilità di avere una vita affettiva e sessuale libera.

Si sono mortificati, fustigati, repressi, magari consegnati all’alcol, alla pornografia, alle fantasie solitarie. E poi hanno ceduto, hanno compreso che l’astinenza sessuale che l’istituzione pretende da loro in cambio della aureola di santità che mette sulle loro teste è una truffa meschina, che non c’entra con il Vangelo e con il volere di Dio, ma serve solo a un’istituzione totalitaria per tenere sotto scacco prima di tutto loro stessi, spesso ricattati in cambio di coperture, e poi un popolo di fedeli convinto che i preti siano mezzi santi, che Dio li abbia scelti come suoi mediatori. Fare sesso vuol dire allora per costoro ribadire che sono esseri umani, soggetti liberi e non pedine nelle mani di un’istituzione ipocrita che gioca sulle loro debolezze per ricattarli e tenerli in pugno. E anche il fatto che talvolta il sesso lo facciano a pagamento va comunque imputato all’istituzione che ha ordito la repressione sessuale e che ha sviluppato nel clero “un’incapacità addestrata” a costruire relazioni affettive paritarie, un’inabilità a innamorarsi e a legarsi in profondità a qualcuno, amandolo e rispettandolo. Il ricorso alla prostituzione è figlio dell’aridità sentimentale che deriva dalla mentalità celibataria, quella che spinge a vedere il prossimo come un oggetto da “usare”, le persone come entità alle quali non bisogna legarsi, per il timore di perdere la propria narcisistica e solitaria superiorità.

Tutte queste attenuanti, che ci conducono ad essere indulgenti con i singoli e severi con l’istituzione a cui va addebitata la responsabilità degli enormi danni che provengono dalla repressione sessuale, non possono comunque cancellare la responsabilità morale dei preti coinvolti. Essi, soprattutto se giovani o addirittura seminaristi, hanno tempo e modo di farsi un’altra vita, di lasciare il seminario o la tonaca appena indossata e rinascere come persone libere, accettando di aver commesso lo sbaglio tragico di affidarsi a un’istituzione che non aveva a cuore la loro e l’altrui libertà o benessere, ma solo l’eterna perpetuazione di sé stessa. Quello che dovrebbe risultare inaccettabile per tutti quelli implicati nello scandalo è il godere, al riparo della vista della loro “seconda vita”, di tutti i vantaggi che la professione clericale garantisce in termini di autorità sui fedeli, di sacralizzazione della propria persona, di vantaggi economici e di agi materiali.

La colpa più grave del clero coinvolto in questa storia è di non seguire l’esempio di Krysztof Charamsa, il prete alto funzionario presso la Congregazione per la Dottrina della Fede che nel 2015 annunciò a tutto il mondo che preferiva rendere nota la sua omosessualità e vivere alla luce del sole la sua storia d’amore piuttosto che continuare un’esistenza falsa e menzognera, in un ambiente come quello vaticano omofobo in pubblico, ma molto omosessuale dietro le tonache.