Più che un participio, una certezza. Luciano Violante torna a farci sentire la sua indignatissima voce. Vi mancava, eh? Segnatamente, l’ex senatore si è espresso a proposito del caso Minzolini, il quale dopo essere stato salvato dal Senato ha deciso, enfin, di “bere la cicuta” (come Socrate!) e presentare la lettera di dimissioni (sottoposte al voto del Senato, che naturalmente le respingerà). Ma torniamo al nostro eroe del Pd, per raccontare che qualche giorno fa ha tenuto una lectio magistralis a Pisa, dando una serie di probissimi insegnamenti all’uditorio.

Breve sunto a beneficio dei distratti: “In Italia sta nascendo una società giudiziaria, ci deve preoccupare questa concezione autoritaria della vita pubblica”. Non è finita: “La legge Severino affida alle Camere la possibilità di deliberare ed è quindi sbagliato come è stato detto da alcuni giuristi che la scelta parlamentare è stata illegittima”. Capito? C’è dell’altro: “Il codice penale è diventato la Magna Charta dell’etica pubblica: si tratta di un segno di autoritarismo sul quale penso valga la pena di riflettere”.

Nulla di nuovo sotto il sole, del resto. Subito dopo la decadenza di B. dal seggio a Palazzo Madama, aveva dichiarato: “Un partito come il Pd che non è capace di garantire i diritti dei suoi avversari non è credibile. Silvio Berlusconi aveva il diritto di difendersi davanti alla Giunta per le immunità del Senato”. Si pensò che fosse per una forma di affettuoso riguardo verso il soi-disant avversario: fu proprio Violante, nel 2002 alla Camera, a ricordare che B. aveva avuto da loro “la garanzia già dal ‘94 che le aziende e le televisioni non sarebbero state toccate”? Invece no: il nostro non sopporta proprio quest’andazzo giustizialista e giustiziere. Minzolini è interdetto dai pubblici uffici, ma siede in Parlamento: qualcosa di strano? E comunque, casomai le cose dovessero precipitare, il Direttorissimo ha detto che vuol tornare a fare il giornalista (avrà fatto un ripassino sulla differenza tra assoluzione e prescrizione?).

Una volta i politici ripetevano: “Aspettiamo la sentenza della Cassazione”. Un modo formalmente ineccepibile di porre la questione ma – come ha detto una volta Stefano Rodotà – anche “un escamotage per non occuparsi dei fatti. L’articolo 54 della Costituzione distingue chiaramente tra il rispetto della legge cui tutti i cittadini sono tenuti e quel secondo comma che impone a coloro che esercitano funzioni pubbliche disciplina e onore”. Cioè non basta il rispetto della legge, c’è un valore aggiunto.

Ci siamo lamentati per anni del fatto che l’etica pubblica si fosse ridotta al diritto penale e della scomparsa della responsabilità politica. Si diceva: tutto va a finire nel processo penale, se qualcosa non è vietato dalla legge allora va bene. La politica, si è a lungo ripetuto, è incapace di dotarsi di un codice di regolamento autonomo dalla norma penale: ora non è nemmeno più questo il limite. Perché “il codice penale è diventato la Magna Charta dell’etica pubblica”. Sembrerebbe che l’etica pubblica possa essere superiore al codice penale, il che è francamente bizzarro. Così come ormai non vale più nemmeno la favoletta “garantista” dei tre gradi di giudizio. Diteci che la legge non è più uguale per tutti e finiamola lì.

Oppure, come sosteneva B., “è più uguale per me, che sono stato eletto dal popolo”. Così finalmente si arresterà la deriva autoritaria della vita pubblica. Il tempo, a volte, passa invano.