Vogliono “prepararsi la mossa, vogliono il fantino in rincorsa”. A Siena anche per spiegare i passaggi politici si ricorre alla terminologia del Palio. Il fantino in rincorsa vince raramente ma ha un potere enorme: averlo alleato è fondamentale per chi vuole conquistarsi la corsa. Ecco. Domenica qui si vota. E i nove candidati da giorni cercano l’endorsement di Luca Furiozzi, che doveva essere il decimo aspirante sindaco, quello del Movimento 5 Stelle ma che invece non ha ricevuto l’autorizzazione a usare il simbolo e rimane a casa, con in tasca un bottino che rappresenta il 19% di preferenze, quelle conquistate dai grillini alle Politiche del 4 marzo.

Un bottino cui aspirano molti perché decisivo, considerato l’insolito affollamento al via: ben 538 candidati divisi in 17 liste e schierati per 9 sfidanti alla poltrona da primo cittadino. Un candidato ogni 50 elettori. Ma l’endorsement non arriverà per nessuno. Non per il primo turno. “Decideremo solo per il ballottaggio”. E la scelta potrebbe ricadere sul sindaco uscente del Pd in cerca di conferma Bruno Valentini. I dem non volevano candidarlo. L’hanno osteggiato, rinnegato, tentato di epurarlo con le primarie poi cancellate per mancanza di avversari. Ma è stata la Caporetto del 4 marzo a convincere il Pd che era meglio accontentarsi di Valentini. Lui si è diligentemente sottoposto a ogni tipo di confronto pubblico, ha digerito accuse e insulti, schivato col sorriso attacchi di ogni genere, s’è sottoposto persino agli incontri organizzati dal Movimento 5 Stelle. E si è spinto all’inimmaginabile: presentare pubblicamente l’offerta di un programma di governo condiviso ai pentastellati. “È giusto che le istanze dei 5 stelle senesi, ingiustamente esclusi da decisioni autoritarie, abbiano cittadinanza politica”, dice al Fatto Valentini. “Al programma della mia coalizione, dove oltre al Pd c’è la lista civica in Campo, può essere aggiunta un’appendice con punti specifici concreti, individuando insieme una figura di garanzia che ne segua l’attuazione”. Ancora: “La mia proposta è seria e la porta resta aperta, se poi faranno altre scelte le rispetterò”. L’offerta ha spiazzato i cinquestelle. Anche perché, ammette Furiozzi, “Valentini è stato l’unico a farci una proposta seria, concreta e rispettosa”. E aggiunge: “Sosterremo chi prende un impegno su alcuni temi importanti per la città”. Vedremo. Ma certo “non possiamo pensare di sostenere il Pd, è il partito che ha distrutto Siena”.

Nella patria di Mps dal 1946 al 2013 l’esito delle Amministrative è stato sempre scontato: vinceva il centrosinistra. Così anche gli sfidanti erano pochissimi e solitamente o di facciata (presentati dal centrodestra) o outsider con liste civiche che si fermavano a pochi simbolici punti percentuali. Il sindaco, del resto, nominava la maggioranza dei vertici del cda della Fondazione che era azionista di maggioranza del Monte. Il potere era qui. Franco Ceccuzzi nel 2011 per candidarsi lasciò uno scranno parlamentare e la Commissione bilancio. Vinse con il 57% delle preferenze ma durò appena un anno: fu il suo partito, il Pd, a fargli mancare la maggioranza in aula sul bilancio, ma non perché contrario alle scelte finanziarie, ma come ritorsione per aver nominato autonomamente nel cda alcuni membri. Quel potere non esiste più. Valentini lo sa bene. E sa bene che quel 19% potrebbe finire nelle urne di uno dei suoi sfidanti, Luigi De Mossi, un avvocato prestato alla politica e candidato con una lista civica ma sostenuto dal centrodestra, con forza: una settimana fa Matteo Salvini è venuto fino a Siena per fare un comizio con De Mossi, lunedì è stata la volta del presidente del Parlamento europeo, Antonio Tajani e altri arriveranno.

“Io sono il cambiamento”, va ripetendo De Mossi confidando che il vento di Palazzo Chigi soffi fin qui. Ma c’è anche chi non vuole la conferma di Valentini né il cambiamento di De Mossi e guarda con interesse alle certezze del passato rappresentate da Pierluigi Piccini, altro aspirante sindaco che primo cittadino qui lo è già stato dal 1990 al 2001, ai tempi d’oro di Mps. Nel 1997, con l’Ulivo, segnò il record storico di voti: il 60%. Fu cacciato dai Ds nel 2004. Attorno alla sua candidatura si sono riuniti molti ex leghisti, ex democratici, ex forzisti e anche qualche ex grillino. Tra gli altri sei candidati un buon risultato potrebbe registrarlo Massimo Sportelli, outsider sostenuto quasi interamente da liste civiche, ma al ballottaggio finirà o Piccini o De Mossi. A sfidare Valentini ovviamente, dato per certo da tutti, avversari compresi. E chissà se sarà grazie a lui che il Movimento 5 Stelle – senza candidati – si ritroverà qualcuno come assessore. Il sindaco uscente ha parecchi sassolini da rispedire al Pd e se qui si alleasse con gli avversari di Roma diventerebbero pietre.