Una democrazia più veloce” (Matteo Renzi). “Leggi più veloci” (Angelino Alfano). “Abbiamo bisogno di capacità decisionali e procedimenti legislativi più rapidi” (Maria Elena Boschi). Bisogna decidere e farlo in fretta: basta un sì. Sembra un argomento di buon senso, ma non lo è. I motivi sono (almeno) due: non risulta che la fretta sia mai stata buona alleata della politica (ricordate gli esodati?) e non è affatto vero che si producano poche leggi e in tempi biblici. Non solo: da tempo, e mai come in questa legislatura, il Parlamento s’è assunto un ruolo da comparsa rispetto al governo, lasciandosi sottrarre l’intera funzione legislativa. Oltre l’80% delle leggi approvate dal 2013 sono di iniziativa governativa e per una ventina si tratta di ampie deleghe, che lasciano al governo la possibilità di legiferare più o meno come gli pare attraverso i decreti attuativi. Eppure proprio lo spettacolo della produzione legislativa di Palazzo Chigi – che è il cuore ideologico della riforma al voto oggi – non è affatto rassicurante: ritardi, errori, incoerenza e incapacità tecnica sono all’ordine del giorno. Non è colpa del bicameralismo – ha fatto notare Luigi Oliveri, dirigente pubblico, in un’acuta analisi su phastidio.net – se arrivano leggi scritte male e in ritardo. Né dei lacci e lacciuoli: nessun problema politico, compresa l’incompetenza, può essere risolto da un nuovo assetto istituzionale. Breve e incompleto riassunto di mille giorni da dilettanti allo sbaraglio.

Ritardi biblici. Esemplari le leggi delega. La riforma della P.a. viene approvata ad agosto 2015. Il testo se la prende già comoda: per gran parte dei decreti sono previsti dai 12 ai 18 mesi di tempo. Nessuno arriva prima di 9 mesi, il Foia per l’accesso agli atti dopo 10, molti dopo 13. Il governo si riduce all’ultimo per dirigenza e servizi locali: la delega scade il 27 novembre, il 24 vanno in Consiglio dei ministri (ma decadono per lo stop della Consulta). Stesso ritardo per camere di commercio ed enti di ricerca. All’appello mancano ancora testo unico sul pubblico impiego, Prefetture, presidenza e ministeri, a citare solo i più grossi. La traccia del nuovo corso renziano l’aveva però già data la delega fiscale. La riforma è di marzo 2014, ma dopo 12 mesi il governo s’accorge che gran parte dei decreti non sono pronti e strappa all’ultimo una proroga: altri 3-6 mesi. Catasto, riscossione enti locali, Iva e giochi spariscono. Gli ultimi 4 arrivano 19 mesi dopo. Sul lavoro (il Jobs act è di dicembre 2014) il governo usa due pesi e due misure. Quel che serve alle imprese – il contratto “a tutele crescenti” senza articolo 18 – arriva dopo “soli” 4 mesi. Per la riforma dei contratti, invece, si sale a 6, per l’Agenzia nazionale delle “politiche attive” ne servono 10 (è partita solo martedì scorso). Per correggere i tanti errori è arrivato poi un decreto 19 mesi dopo. E poi ancora: il “bonus 18enni” (dicembre 2015) è divenuto operativo solo a ottobre scorso.

Alcuni ritardi toccano la vita di migliaia di persone. A maggio 2016 viene approvato il disegno di legge che dovrebbe snellire l’iter della “Buona Scuola” (luglio 2015) con la proroga dell’immissione in ruolo al 15 settembre 2016. Ma in gran parte delle Regioni, a quella data, il concorsone non è neppure iniziato: moltissimi vincitori andranno in ruolo solo nel 2017. Va peggio ai truffati di Etruria & C.: il decreto ministeriale per gli arbitrati Anac è arrivato la settimana scorsa: ad aprile un decreto prometteva “90 giorni”. I rimborsi forfettari sono partiti con oltre tre mesi di ritardo.

Le stroncature. La lentezza non garantisce qualità. Accentrare tutto a Palazzo Chigi e ministeri produce ritardi e pure testi che violano norme, buone prassi e la Costituzione. Risultato: molti decreti sulla Pa vengono stroncati dal Consiglio di Stato. Ora la Consulta ha bocciato parte della delega perché non prevedeva di trovare “un’intesa” con le Regioni. Il decreto sulle “Cattedre Natta”, 500 super professori di nomina governativa (unicum nella storia, eccetto il fascismo) viene fatto a pezzi. Stessa sorte venerdì per la riforma delle banche popolari (fatta per decreto) su cui il Consiglio di Stato chiama in causa la Consulta: con “una delega in bianco” e “senza base legislativa” il governo ha affidato a Bankitalia le misure attuative che però hanno danneggiato i risparmiatori. Ora serve un decreto per salvare le popolari di Bari e Sondrio. Dulcis in fundo: nel 2014 anche questo governo ha prorogato il blocco del contratto degli statali (fermo dal 2009). Una volta bocciato dalla Consulta, ha poi evitato per un anno di metterci mano.

Errori e furbizie. Se il Parlamento non tocca palla, si moltiplicano i problemi. A luglio scorso si sono dovute fare 187 correzioni al nuovo “Codice degli appalti” (aprile 2016) – che li ha bloccati in tutta Italia – e si attende un altro “decreto correttivo”. Sulla cessione delle new bank nate sulle ceneri di Etruria & C. il governo si è smentito tre volte con tre proroghe e ha provato a chiedere altri soldi al settore per salvarle con una norma illegittima. Per i 20 mila addetti delle province il caos ricollocazione nato dalla riforma Delrio (aprile 2014) si è in parte concluso a settembre 2016, 29 mesi dopo. Sull’Ilva sono serviti 5 decreti per disinnescare i pm e correggere i precedenti su soldi, prescrizioni ambientali e sequestri. Ora, sui 50 milioni per la sanità a Taranto, Palazzo Chigi dice che “ci penserà il Senato”. A volte è meglio averlo.