» Cronaca
venerdì 02/12/2016

Saronno: Laura e Leo, amore criminale. “Uccidere mi fa sentire viva”

L’anestesista all’infermiera: “Sei come un lupo affamato”

Odio e silenzio. La personale cupa violenza e l’omertà delle istituzioni pubbliche. Con l’omicidio, reale o solo progettato, come prima scelta per dirimere ogni questione, anche la più banale. Laura e Leo, l’infermiera e l’angelo della morte, attorno un intero ospedale che fa blocco, sa ma non parla, anzi protegge l’orrore. Coprono tutti, dall’ultimo medico ai vertici dell’ospedale di Saronno. È una storia distruttiva quella che emerge dalle oltre 600 pagine con cui la procura di Busto Arsizio lo scorso agosto ha chiesto l’arresto per Laura Taroni, Leonardo Cazzinga e Nicola Scoppetta (domiciliari) primario del pronto soccorso a Saronno.
È una storia distruttiva quella che emerge dalle oltre 600 pagine con cui la procura di Busto Arsizio lo scorso agosto ha chiesto l’arresto per Laura Taroni, Leonardo Cazzinga e Nicola Scoppetta (domiciliari) primario del pronto soccorso a Saronno. Ieri, la Procura ha sequestrato 80 cartelle cliniche. Si studierà. Allo stato, oltre ai cinque casi accertati (4 pazienti e l’ex marito Massimo Guerra), restano altri quattro decessi su cui l’accusa ha indizi concreti. Il resto lo faranno, se vorranno, gli interrogatori dei due amanti, previsti per oggi.

I sedimenti di questa storia vanno cercati in quella palazzina di tre piani in via Lombardia a Lomazzo. Qui ha vissuto Laura con il marito Massimo, poi ucciso. Qui la donna confida al suo Leo: “Sono arrabbiatissima! Oggi potrei uccidere qualcuno”. Cazzaniga la conosce e dice: “Sei come un lupo dentro un ovile affamato perché non mangia da un mese ma che non può toccare le pecore, quindi sei affamata e furibonda! Però amore (…) hai Fabio e Riccardo”. Già, loro “l’angelo biondo” e “l’angelo nero”, i bambini, uno di 11 e l’altro di 9 anni. Ma Laura, a volte, quando le prende “il down” è accecata. “Sai che io potrei ucciderli per te? Perché tu sei l’uomo più importante del mondo”. Sì perché in quei momenti di depressione, Laura si veste di odio puro. “Cioè – spiega all’amante – come se io volessi prendere la vita di qualcuno, per dare vita a me stessa”. E poi quella mania per i farmaci che diventa perversione assoluta e travolge anche i bambini. “Mamma – dice Fabio – mi hanno fatto prendere le gocce, me le ha date Leo, cinque, io gli ho detto di aspettare che chiamavo ma non mi ha fatto parlare, e poi senza farmi vedere ho preso un cucchiaino di Nutella”. Un gesto banale. Non per Fabio. Che in un’altra conversazione prega la madre di dargli meno gocce “perché stamattina non riuscivo ad alzarmi”.

Non pare esserci limite per la donna che, nel tinello di casa, presenti la baby-sitter e il figlio, spiega di voler uccidere la nonna. Dice: “Che cazzo vuole, mi è sempre stata sui coglioni, la faccio fuori”. Il figlio esclama: “Siiiiii!”. La donna prosegue e progetta di aumentare il Talofen da dieci a cinquanta gocce. “Ma puoi muore”, esclama il figlio. “Nooo eh!”, dice la madre. Leo, Laura e la loro “caratura criminale”. Lo scrive il pm che spiega: “Entrambi hanno dimostrato di non avere alcuna remora alla commissione di gravi condotte”. L’omicidio, dunque. L’infermiera ne parla con la sua psicologa. Cazzaniga dice: “Ma lei non lo sa che lo hai fatto!”. Ragiona di più l’anestesista. Anche se poi uccidere è sempre la scelta migliore. Anche quando c’è il sospetto che il cugino Davide le abbia rubato 50 euro. Dice Cazzaniga: “Allora o lo facciamo fuori… “. Chiosa Laura: “O non lo so…”. La strada è sempre quella dell’omicidio perfetto. L’Entumin, un potente antipsicotico, è l’arma prescelta dalla Taroni Violenza cupa, si diceva. Che sedimenta nell’animo di Laura dopo quella violenza sessuale subita dal marito durante uno dei tanti giochi sessuali cui lei era costretta a sottoporsi. Lui, Massimo Guerra, “mi ha tolto l’anima (…) se non lo avesse ucciso il bordiè (qualcosa di farmacologico, ndr) lo avrei ucciso io”. E loro, la famiglia di lui, quasi fosse un clan “mi hanno obbligata ad ingrassare, io prima pesavo 50 chili”. Lo ucciderà lei, sostiene il pm. E la conferma, tra le tante, arriva da un’intercettazione nella quale Cazzaniga parla di chi sfrutta la prostituzione. “Altro che, come dire perdonami il paragone, altro che l’omicidio di tuo marito, questo è un deserto morale che prevedrebbe uno sterminio!”.

È una voragine malata la storia di Laura e Leo. Un gorgo dentro al quale sprofonda un intero ospedale. Molti sono i medici indagati. Quasi tutti per aver deviato e nascosto. Fatto pressioni anche come Nicola Scoppetta, il primario del pronto soccorso. Che sa e subito cancella. Come quella mail nella quale la dottoressa Simone Sangion (la ribelle comprata con un’assunzione) dice di aver scritto che il sangue analizzato e falsato non era di Massimo Guerra, il marito defunto di Laura, ma dello stesso Cazzaniga. Ed è sempre Scoppetta che, secondo il pm, fa pressioni sui testimoni che saranno sentiti in Procura. A loro spiega di rispondere alle domande “con intelligenza” ovvero, chiosa il pm, “non secondo verità”. Rispetto a quegli esami del sangue falsati, il primario spiega alla Taroni cosa dovrà dire ai magistrati. “Succede che si faccia una cortesia a un collega e quindi, si faccia degli esami al marito anche se non è presente”. Odio e omertà.

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Lo sberleffo

Roma, la questura non vuole i cronisti

La questura di Roma nella centrale via di San Vitale chiude la sala cronisti. Ufficialmente è inagibile ma non ci sono certezze sui tempi del recupero e il Sindacato cronisti romani manifesta tutta la sua preoccupazione ricordando “di aver di aver allestito tre anni fa in prima persona l’attuale sistemazione”, senz’altro meno confortevole della precedente. D’ora in poi i giornalisti potranno entrare solo su appuntamento. Insomma, quando si dice la segretezza delle fonti. E già immaginiamo la fila di cronisti con i tesserini ben in vista all’ingresso: vale anche per “i pochi colleghi con accredito permanente – osserva ancora il Sindacato cronisti romani –. Non ha senso per giornalisti che hanno un rapporto quotidiano con le forze dell’ordine”.

Insomma, sembra che i vertici della questura della Capitale, come già da tempo accade in altre città d’Italia, non vogliano troppi giornalisti tra i piedi o per lo meno non gradiscano che possano muoversi nei suoi uffici con un minimo di libertà. Come se l‘informazione, in una città complessa come Roma, potesse davvero accontentarsi del pur pregevole e articolato lavoro dell’ufficio stampa.

Buono!

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