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sabato 24/12/2016

Lotti indagato, l’accusa del capo degli appalti. Due versioni sulle soffiate

Spetta ai magistrati di Roma fare luce su chi informò la Consip degli accertamenti sulla commessa da 2,7 miliardi. Indagati Lotti e due generali di carabinieri

Luigi Marroni è partito. Dopo avere terremotato i vertici dei carabinieri e quelli del Pd e del governo, ha lasciato Roma mentre Lotti venerdì è rientrato nella Capitale, appena letto l’articolo del Fatto con la notizia dell’indagine per rivelazione di segreto e favoreggiamento su di lui, sul comandante dei carabinieri Tullio Del Sette e sul comandante della Toscana, Emanuele Saltalamacchia.

Il comandante generale Tullio Del Sette si è presentato ieri alla Procura per dare la sua versione sui fatti. Il generale ha negato di avere masi svelato al presidente della Consip Luigi Ferrara l’esistenza dell’indagine sulla Consip. Ad accusarlo più che il presidente di Consip Ferrara (che aveva confermato solo un colloquio in cui il generale lo mise in guardia dall’incontrare l’imprenditore Alfredo Romeo) era stato l’amministratore delegato.

Come per Lotti e Saltalamacchia, la ragione dell’iscrizione sul registro degli indagati è proprio il verbale di Marroni. Durante un esame a sommarie informazioni durato quattro ore, i pm Henry John Woodcock, Celeste Carrano ed Enrica Parascandolo si sono fatti dire dall’amministratore di Consip tutti i nomi di quelli che gli riferirono dell’esistenza di un’inchiesta su Consip. Tra questi ci sono i tre indagati per rivelazione di segreto ma anche altri soggetti istituzionali.

L’amministratore delegato della società controllata dal ministero dell’Economia, è quindi il punto debole, la falla nella diga, che ha fatto scricchiolare il Giglio magico di Renzi e l’Arma dei carabinieri. Il Fatto ha scritto da tre giorni che Marroni ha “cantato” martedì notte davanti ai pm di Napoli. Quando si è visto chiedere perché avesse fatto fare una bonifica contro le microspie, avrebbe raccontato chi gli rivelò l’esistenza dell’indagine sulla Consip.

Il grande accusatore non ha smentito nulla finora ed è tuttora amministratore delegato di Consip. Sostanzialmente la principale stazione appaltante del governo italiano è retta da un manager che accusa uomini chiave dei Carabinieri, nonché del governo e del suo partito di riferimento di avergli svelato un’indagine.

Delle due l’una: o Marroni mente o dice la verità. In entrambi i casi non si comprende come possano restare al loro posto tranquillamente sia lui sia Lotti sia Del Sette.

Se il ministro e il comandante, come affermano, non sapevano nulla delle indagini e non hanno mai detto nulla a Marroni e Ferrara, stiamo mantenendo a capo della centrale acquisti della pubblica amministrazione un vile traditore che infilza con le sue bugie anche l’amico e sponsor politico. Se il ministro sapeva e Marroni ha detto il vero, è Lotti a non potere più rivestire il ruolo formale di ministro e quello sostanziale di rappresentante del leader del Pd Renzi nel governo Gentiloni.

La situazione è surreale: l’indagine danneggiata dalla fuga di notizie riguarda l’appalto più grande d’Europa, quello da 2,7 miliardi di euro del cosiddetto facility management 4, per l’acquisto di beni e servizi degli uffici della pubblica amministrazione. Indagati per corruzione sono il dirigente dell’area sourcing per i servizi e le utility, Marco Gasparri e Alfredo Romeo.

A rendere difficile la situazione dal punto di vista politico è il merito dell’indagine madre della Procura di Napoli, ancora segreta. Nel mirino dei pm partenopei c’è un imprenditore, Carlo Russo, 33 anni di Scandicci, che aveva contatti da un lato con il padre dell’ex premier, Tiziano Renzi, e dall’altro con Alfredo Romeo. La fuga di notizie che – secondo l’ad di Consip Marroni – avrebbe avuto come protagonisti i due generali e Lotti riguarderebbe quindi non un’inchiesta qualsiasi ma un fascicolo nel quale non è indagato ma compare nelle carte anche il padre del segretario del Pd.

A prescindere dall’esito dell’indagine c’è un problema politico grande come una casa che coinvolge il governo, il Pd, la più grande macchina d’acquisto della Pubblica amministrazione e l’Arma dei carabinieri. La Consip ogni anno gestisce le procedure di gara per 7 miliardi di euro e tutto va avanti come nulla fosse lasciando al loro posto accusati e accusatore della fuga di notizie su un’indagine simile.

Anche il ministro dello Sport ieri ha chiesto (via Facebook!) di essere interrogato dal procuratore Giuseppe Pignatone seduta stante. Per tutta risposta il capo della Procura ha fatto le valigie ed è andato in vacanza. L’avvocato di Lotti, Franco Coppi, è però in contatto con i magistrati. Non è affatto scontato che la Procura interroghi Lotti. La scelta di ascoltare ieri il comandante generale è un gesto non comune in questo tipo di indagini.

Il fascicolo sulle spifferate istituzionali – stralciato dall’inchiesta per la corruzione e trasferito da Napoli a Roma – è stato affidato all’aggiunto Paolo Ielo e certamente al suo ritorno dalle ferie il magistrato che coordina il pool dei reati amministrativi, con calma, sentirà tutti i personaggi citati da quello che è a tutti gli effetti il superteste dell’accusa, cioè Luigi Marroni.

Dopo aver raccolto le loro versioni e dopo avere riascoltato Marroni, si procederà a verificare parole e contraddizioni. L’epilogo dell’indagine potrebbe essere l’interrogatorio dei tre indagati e quasi certamente il confronto tra l’accusatore Marroni e i suoi accusati. Tutti e tre, a partire da Luca Lotti, potranno dire la loro versione e contestare quella di Marroni. Insomma, l’indagine è agli inizi e il ministro Lotti dovrà portare un po’ di pazienza ma ne vedremo delle belle.

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L’anti-renzi di Puglia

Emiliano rivela: “B. mi ha detto: ‘Faccio il tifo per te’”

Renzi non credo voglia fare il Congresso Pd, ha paura di perdere, in generale, non solo contro di me”. Lo dice Michele Emiliano, governatore della Puglia, al programma di Rai Radio1 Un Giorno da Pecora.

“Che auguri di Natale farei a Renzi? Gli auguro di aver vicino tante persone che gli vogliano bene e che gli dicano la verità. Io l’ho fatto in passato. Mi rendo conto che gli ho dato fastidio e me ne scuso, ma è necessario, anzi è un dovere costituzionale, dire la verità ad una persona che ricopre un incarico come il suo”. E poi, racconta il suo incontro con Berlusconi al Quirinale: “Gli ho detto che nel periodo in cui è stato male ho fatto il tifo per lui, che ha superato un momento difficile”. Ma Emiliano racconta anche altro. Alla domanda se sia vero che Berlusconi gli avrebbe detto di chiamarlo per fare “qualche ragionamento”, il governatore della Puglia risponde: “Mi ha detto di più. Mi ha detto: ‘A questo punto sono io che faccio il tifo per te’”. Al che mi sono preoccupato”. Per quale motivo? “Perché lui faceva riferimento alla questione politica e ho immaginato che potesse rendermi più complicata la vita. Resta il fatto che la sua stima mi ha fatto piacere”.

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