I parenti delle vittime della strage di Corato ora gridano “assassini, vogliamo verità e giustizia” perché sanno che (molto probabilmente) verità e tantomeno giustizia non avranno. Quelli che hanno ancora la forza di leggere i giornali o di ascoltare le tv ne hanno già chiaro il sentore. Scaricabarile più polverone: la tecnica del tutti colpevoli nessun colpevole, storicamente efficacissima nel centrifugare e nebulizzare le responsabilità per i disastri collettivi – ferroviari, autostradali, ambientali o nei luoghi di lavoro – è già entrata in azione.

In una parziale rassegna stampa sull’arte di confondere le acque spiccano le parole pronunciate in Parlamento dal ministro delle Infrastrutture, Graziano Delrio, che l’Unità ha sintetizzato nel titolo “Quei decenni di scelte non fatte”. Per affermare che con la catastrofe del 12 luglio questo governo non c’entra nulla, e dunque la colpa par di capire è dei governi Berlusconi, Monti, Letta, Forlani, Andreotti, Craxi eccetera, e dunque occorre “ora recuperare i ritardi accumulati sul trasporto pubblico locale per dare dignità a un diritto di tutti i cittadini”. Applausi.

In realtà la fitta prosa del ministro meriterebbe una cattedra di retorica all’università di Salamanca per i virtuosismi dialettici con cui nega che il problema sia il binario unico, pur constatando che due treni lanciati su un’unica rotaia finiscono per scontrarsi. Con cui afferma che il sistema di segnalamento con consenso telefonico “è tra i meno evoluti pur essendo sicuro”: come dire che è meglio il cellulare ma anche con i vecchi telefoni a disco si comunicava benone. Con cui infine il ministro si spertica in lodi per la Ferrotramviaria pugliese, “una delle società migliori del panorama italiano”, figuriamoci le altre viene da pensare. Se, perciò, malgrado questi prodigi del trasporto ferroviario le famiglie piangono 23 morti, senza contare le decine di feriti alcuni gravissimi, di chi sarà mai la colpa?

Fuoco, fuochino ed ecco a voi signore e signori, inevitabile come l’alternarsi delle stagioni e del giorno e della notte: l’errore umano. In questo caso, del capostazione di Andria Vito Piccarreta (indagato insieme al collega di Corato), quello che su tutti i giornali vediamo alzare soddisfatto la paletta con il disco verde: foto scattata chissà quando che però oggi lo inchioda irrimediabilmente al suo destino. Egli dice: “Lo ammetto, ho dato via libera alla partenza, ma non è pensabile dare la colpa di quello che è successo soltanto a uno sbaglio”. Non ha del tutto torto perché in nessuna catena di responsabilità, anche le più elementari, dal semplice scambio di un semplice colore (verde al posto del rosso o viceversa) può dipendere la vita non di centinaia di persone ma di un solo essere umano.

Infatti, mentre i due convogli giacciono sventrati nella campagna pugliese in un composto di sangue e dolore che non ammette alibi, molto meglio proiettarsi nell’iperuranio dei fondi europei mai spesi. E se possibile volare più su, al di là delle sfere celesti dove risiedono le idee platoniche e il concetto, nella sua pura enunciazione insapore, incolore e inodore della “corruzione”. Da cui, secondo il commissario dell’Anticorruzione Cantone, a indagare bene, quello schianto tremendo avrà certamente avuto origine.

Così, incamminati sulla via crucis che parte dall’obitorio dove avranno dato l’ultimo saluto ai volti spesso irriconoscibili dei propri mariti, mogli, figli, nipoti, le famiglie che invocano la verità si preparino a smarrirsi nell’eterno labirinto italico delle multiformi ipotesi, che spazieranno dai dischi verdi ai dischi volanti pur di negare l’evidenza di responsabilità troppo evidenti per essere ammesse.

E mentre, come anime perse, vagheranno tra l’innocenza dei binari unici e le meraviglie della Ferrotramviaria, quei familiari potranno consolarsi meditando sulla inconsistenza logica e morale di chi vorrebbe dividere il Paese tra “treni di prima classe abitati da signori con velluti e ori” (per dirla alla Guccini) e “un treno pieno di gente che vive giorni magri e difficili” (Il Foglio). Non essendo dunque “questa divisione netta una maniera efficace per analizzare le situazioni”, quei poveretti rischiano di vedersi sottrarre perfino l’ultimo lembo di verità poiché tra il Freccia Rossa e il locale Bari-Barletta, a ben guardare non v’è differenza alcuna se non le semplificazioni di alcuni intellettuali faziosi.

Quanto alla giustizia, chiedano subito informazioni alle famiglie devastate da un’altra strage, quella della stazione di Viareggio: 32 morti, bruciati dal gas propano in seguito al deragliamento di un merci lanciato a 90 chilometri. Dopo sette anni non si è ancora arrivati alla sentenza di primo grado e a dicembre si prescrivono due delle accuse nel processo.