Edi lei ora cosa ne sarà? Più di ogni altro sembra che sia il destino di Maria Elena Boschi a intristirsi di botto e il suo orizzonte farsi nero come la pece. Il voto si è trasformato in uno scarabocchio sul suo viso. È la ministra delle Riforme cassate dal popolo. A Maria Elena non rimane che raccogliere le carte, svuotare i cassetti, allineare i tacchi amati delle sue scarpe e lasciare ingiallire nella stanza di palazzo Chigi – che non rivedrà più – ambizione e sogni. Era la preferita del premier, la più bella del governo, già venerata come Madonna pellegrina e in procinto di un traguardo alla portata del suo coefficiente politico: succedere proprio a Matteo Renzi. Ma ieri sera, nei ringraziamenti finali, non c’è stato nemmeno un cenno al suo nome. Soltanto l’anno scorso, era ottobre, accreditata come la più popolare dell’esecutivo. Poi il collasso e infine il trapasso. Banca Etruria, i soldi fregati ai risparmiatori, il babbo coinvolto… Come in una curva pericolosa Maria Elena ha perso il controllo di sè e da angelica è divenuta famelica, da venerata a maledetta. Persino il corpo ne ha sofferto e la sua bellezza, dapprima vagheggiata e idolatrata, è andata scolorendosi, annullata e perduta nel gorgo delle polemiche. Cosicchè a gennaio di quest’anno la sua popolarità era già scesa di tre posizioni per giungere sotto il sole rovente di agosto al penultimo posto. Tristezza. Dal meglio al peggio, da fatina a streghetta. Da favorita a esclusa. Mandata in Sudamerica come meta triste e solitaria di un viaggio elettorale di serie B si è di nuovo accostata al proscenio ma con scadenti performances. Su tutte si ricorda il suo discorso a Campobasso: “Il Sì sarà anche una risposta al terrorismo internazionale”. Bum!

Nella bad company che il voto consegna al Palazzo, la trilogia dei volti andati al macero comprende sicuramente quello di Vincenzo De Luca. Sarà ricordato come il teorico della clientela, l’uomo della frittura di pesce, il governatore da voto di scambio. Il discorso tenuto agli amministratori campani sulla necessità di far votare Sì (“Me ne fotto se vi piace o non vi piace Renzi”) è una tavola sinottica dello scambismo, il dizionario della clientela. Sono i soldi che puliscono le coscienze e sempre e solo i soldi che convincono tutti. “Andate e portate al voto almeno la metà degli aventi diritto”. La metà ci è andata pure ma il voto non si è visto. E De Luca da campione renziano del fare, fare presto, prestissimo, diviene un girovago senza chiesa e senza casa. Come un calciatore con il contratto scaduto. È sul mercato, ma ora il cartellino vale assai meno.

Il terzo posto d’onore va a Denis Verdini. L’uomo dell’ultimo miglio, Denis il fiorentino ha vissuto la sua stagione di imprevisto Costituente. Tenuto celato agli occhi degli elettori per tutta la campagna referendaria per via dei suoi molteplici guai giudiziari e della sua notoria levatura intrallazzista, alla fine dei giochi, proprio quando si sentiva lì lì per fare banco ed entrare da statista nel nuovo Parlamento e nel governo, il suo nome diviene un soufflè andato a male, e i polsini d’oro delle sue camicie si perdono nel campo degli sconfitti.

Servirebbe un elenco alfabetico per ricordarli tutti: iniziando dalla A di Angelino Alfano, e proseguendo con la B di Vincenzo Boccia, il presidente della Confindustria, la C di Fedele Confalonieri o di Pierferdinando Casini. E poi giù, fino alla M di Sergio Marchionne o alla S di Davide Serra, l’ipercinetico finanziere del renzismo. E poi ancora e ancora…