Mi giunge una vibrata protesta (di alcuni) tra i dieci lettori per la pochezza di questo diario. Non vi trovano (dicono) neppure una stilla di quei succosi retroscena che movimentano le informatissime cronache degli altri giornali. Mai nulla di insolito, di sorprendente, di veramente sensazionale come, ad esempio, lo strepitoso incipit del grande Francesco Merlo su Repubblica, direttamente dalla stanza presidenziale. Là dove “Mattarella ha stretto la destra di Di Maio con la sua destra e poi ci ha messo sopra anche la sinistra in modo da attrarlo a sé. Ed è stato”, leggiamo, “quel tocco delle mani, il momento di maggiore comprensione tra i due soggetti smarriti”.

Si resta senza parole di fronte a un’istantanea così autentica (sembrava di essere proprio lì, nel palmo delle due mani destre e di quella sinistra) che nell’intimità dell’atto coglie il reciproco turbamento del presente (non so cosa voglia dire ma suona bene). Attrazione del tocco e del ritocco che forse soltanto Tvboy aveva intuito nel famoso murale di Matteo Salvini che bacia in bocca Luigi Di Maio, sollevandogli il viso con le delicate manone. Il Capo Politico, dunque, che oggetto del desiderio politico trasversale, ancora oggi può scegliere tra forni diversi dove acquistare il pane, e fare un governo.

Concentriamoci un attimo sulla rivendita Pd, poiché solo se dovessero trovarla ancora sbarrata i Cinque Stelle passeranno al negozio successivo (governo con Salvini ma senza Silvio Berlusconi). Ma se anche qui andasse male non resterebbe (a tutti quanti) che il supermarket delle nuove elezioni.

Che al Nazareno e dintorni sia in corso la solita rissa tra contrari e favorevoli al dialogo coi grillini, è cosa nota. È pure stranoto che nell’Assemblea nazionale del 21 aprile si assisterà al solito regolamento di conti per impedire l’elezione alla segreteria dell’attuale reggente Maurizio Martina. Si cercherà quindi di convocare un congresso che, visto l’aria che tira, potrebbe essere l’Armageddon dei Democratici.

Allora la vera domanda è: perché Matteo Renzi – incarnazione dello spirito del no a tutto ciò che non è lui – odia tanto il Pd? Non è una provocazione, basta sfogliare il suo album personale. Prima foto: lui nella Margherita, il Pd non c’è ancora. Seconda foto: lui che scala il Pd per rottamarlo. Terza foto: lui che sogna il Partito della Nazione. Quarta foto: lui che progetta l’uscita dal Pd per costruire un nuovo partito sull’esempio del macroniano “En Marche!”. Quanto alla serie ininterrotta di disastri elettorali (nei prossimi giorni si replica in Molise e nel Friuli) viene in mente quella famosa battuta su Stalin: nessuno ha eliminato più comunisti di lui. Nessuno come Renzi ha eliminato più elettori Pd.

Del resto, l’odio come categoria della politica è stato trattato da Massimo Recalcati, psicoanalista renziano, quando si occupò dell’avversione “smisurata” che si era scatenata nel Pd contro l’allora segretario. Ma se odio chiama odio come potrà sopravvivere il partito (qualsiasi partito) a una tale furia autodistruttiva? E che ne sarà degli elettori superstiti (malgrado tutto quasi sei milioni), a cui nessuno sembra badare? Infine, esiste un nesso tra la comprensione tattile di Mattarella per Di Maio e l’odio nel Pd? Ora mi chiedete troppo.