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mercoledì 13/06/2018

La “collina” dei corpi e i trilli dei cellulari tra i morti e i feriti

Bataclan - Netflix fa narrare ai sopravvissuti della sala da concerto la notte dei kamikaze jihadisti a Parigi nel 2015

Il documentario Netflix 13 novembre. Attacco a Parigi è un piccolo capolavoro. Crudo, poetico, perfino ironico, là dove uno pensa che spazio per l’ironia non se ne possa trovare. La ricostruzione di quella sera del 2015 in cui un commando jihadista uccise 130 persone, è suddivisa in tre parti: quello che è accaduto fuori dallo stadio (si giocava l’amichevole Francia-Germania), quello che è accaduto nei locali del X Arrondissement e ciò che accadde al Bataclan. È un documentario in cui c’è poco sangue, non ci sono immagini che costringono a voltarsi, non c’è quell’unica fotografia che abbiamo visto tutti, quella dei cadaveri davanti al palco tra le strisce di sangue dei corpi già trascinati via. C’è molto di più.

Quaranta persone, tra politici, poliziotti, soccorritori e sopravvissuti, raccontano quella notte e quanto siamo piccoli, impauriti, inermi o sorprendentemente eroici quando la morte è a un passo da noi. C’è Gregory, il proprietario de La Belle Equipe, che è nella sala quando i terroristi iniziano sparare a chi siede fuori. Sente le urla, le raffiche di mitra e mentre è a terra sa che la moglie Djamila è all’esterno. La vedrà morire poco dopo e racconterà a sua figlia Tess che il suo nome è l’ultima cosa che ha pronunciato. Voleva chiudere tutto Gregory e invece La Belle Equipe ha riaperto. È lì per Djamila. E per Parigi. Perché se Djamila non può tornare, il quartiere è potuto rinascere. “Non potevo permettere che questo posto diventasse una banca o un negozio di ottica”, dice Gregory trattenendo le lacrime.

Poi ci sono Nicolas e Valerie, marito e moglie, erano usciti per la prima volta dopo che era nata la loro bimba di 5 mesi. Erano in piedi ad applaudire gli Eagles of Death Metal, al piano inferiore, quando i terroristi fecero irruzione. Raccontano di come si siano mimetizzati tra i cadaveri, la paura di respirare e le grida eroiche di chi urlava “Pezzi di merda” agli assassini, e di come si creassero delle piccole “bolle di umanità”. Come la storia di quel ragazzo che poco prima degli spari aveva baciato una ragazza conosciuta lì, per la prima volta. E che quando i terroristi iniziarono a salire ai piani superiori, iniziò a scappare portandola in braccio, mentre lei gridava per il dolore. Era morta così, quella bella semi-sconosciuta, mentre lui le chiedeva di non gridare perché lo terrorizzava. Si piange tanto, quando lui deve lasciare il suo corpo accanto ad altri cadaveri, quando si assicura che abbia un posto dignitoso in cui attendere il suo telo bianco.

Emilie e suo marito raccontano di aver trovato riparo in un bagno, insieme ad altre decine di persone. Qualcuno decide di sfondare il soppalco e arrampicarsi su, dai tubi sopra il water, per nascondersi nel sottotetto. Salgono uno alla volta, ma quando è il turno di Emilie, Emilie non ce la fa. Pesa forse 100 chili e nel ricordare quel momento dice che non pensava a sé, ma a quelli che avrebbe potuto far morire mentre lei perdeva tempo nel tentativo di arrampicarsi. Alla fine, grazie all’aiuto degli altri, troverà riparo anche lei in quel nascondiglio così formidabile che quel gruppo di sopravvissuti non fu trovato neppure dai soccorritori.

Il terzo episodio, quello in cui si racconta l’irruzione dei corpi speciali, è quasi un film a sé. E scomodo il termine “film” non per togliere verità a quei momenti tragici, ma perché gli ostaggi sopravvissuti che narrano l’ultima fase prima della liberazione, sono dei capolavori di sensibilità e intelligenza.

Sono una decina, catturati a caso da due terroristi entrambi imbottiti di esplosivo. Trascorrono minuti infiniti in un corridoio, seduti l’uno accanto all’altro, mentre davanti ai loro occhi la tragedia ha squarci di irresistibile commedia. Caroline racconta di come i terroristi chiedessero dei walkie talkie per comunicare con i poliziotti nonostante avessero una decina di cellulari. “Non sentivo la parola walkie talkie da 20 anni!”, sorride.

Alla fine prendono il telefono di Marie e a Marie scappa da ridere vedendo quel terrorista armato fino ai denti chiamare con un cellulare con la cover di una balena sorridente. Pensa: “No, non è giusto finire ammazzata da due idioti del genere!”. “Questo terrorista aveva una tuta, io avevo preso mille volte in giro quelli che escono vestiti così e stavo per essere uccisa da uno con una tuta del genere!”, ironizza Caroline.

Poi arrivano i corpi speciali, sparano, forzano la porta, Gregory cerca di bloccare la porta. “Lo so, ho fatto una cosa senza senso, ma non ero pronto per quel momento”. Sanno che forse moriranno, che i terroristi si faranno esplodere. E invece, per una serie di fortunati eventi, si salveranno. Perfino Arnaud, l’unico che chiama i terroristi per nome, l’unico che esegue i loro ordini perché troppo traumatizzato per reagire e che quando il terrorista si fa esplodere accanto a lui, sopravviverà per poi sdraiarsi a terra e chiamare “mamma!”. Non si può non affezionarsi ad Arnaud, che spera ancora nella resilienza, nell’arrivo del giorno in cui potrà dire: “L’ho superata”.

E poi c’è la liberazione, i poliziotti che dicono “non vi girate, non guardate la platea!” e Marie che si volta lo stesso, vede “la collina”. I cadaveri, l’uno sopra l’altro. C’è David che torna a casa e abbraccia suo padre sdraiato sul pavimento. C’è, infine, il commissario Molmy che dopo l’irruzione nel Bataclan riceve la telefonata della moglie. Lei gli dice che c’è un loro amico lì dentro, non risponde al telefono. Allora Molmy inizia a chiamarlo. Gira tra i cadaveri, cercandolo, tentando di udire lo squillo. Ma è inutile. È lì che si accorge che l’ultimo concerto del Bataclan è il suono macabro di centinaia di telefoni che squillano contemporaneamente. Guarda i display: “Mamma”, “papà”. Persone disperate che cercano i loro figli, fratelli, sorelle, amici. Alla fine lo trova. È morto. “È stato un bene saperlo alla fine, non avrei potuto dirigere l’irruzione con lucidità da persona coinvolta”.

Il documentario finisce. E mentre scorrono le immagini dei sopravvissuti tutti insieme a bere un caffè, risuonano le parole di Marie: “Per molto tempo mi sono rifiutata di provare compassione per me. Perché io, a quella notte, sono sopravvissuta. Tanti altri no”.

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