Theresa May non ha più il mandato, se mai l’aveva avuto, per imporre la sua linea oltranzista sulla Brexit. Lei il Regno Unito lo vorrebbe fuori dal mercato unico, fuori dall’unione doganale e fuori dalla giurisdizione della Corte europea di Lussemburgo. È stata lei a interpretare in termini così radicali e unilaterali la ‘volontà del popolo’ espressa nel referendum sull’Ue del 23 giugno 2016.

Da timida Remainer qual era, la May si era trasformata in una Leaver agguerrita,. La sua autorità e il suo millantato mandato hanno però subito da allora una serie di colpi. La May si è data una pesante zappa sui piedi quando, lo scorso giugno, ha convocato le elezioni anticipate che poi ha perso. Ha ridotto i Tories a un governo senza maggioranza parlamentare, alla merce’ del Democratic Unionist Party (Dup), oltranzisti dell’Irlanda del Nord. Poi, a dicembre 2017, la May ha subito una netta sconfitta in Parlamento quando moti Tories si sono ribellati chiedendo un voto parlamentare vincolante sull’accordo che il governo stipulerà a Bruxelles quest’autunno. Infine, il 18 aprile, la Camera dei Lord ha votato a favore del mantenimento del Regno Unito nell’unione doganale. Se un numero sufficiente di Tories voterà ai Comuni, insieme all’opposizione, a favore di questa richiesta dei Lord, la Brexit verso la quale si avvierà il Regno Unito si rivelerà una Brexit di nome ma di poca sostanza.

A seguito del referendum consultivo del giugno 2016, la sterlina britannica ha subito la più forte svalutazione dai tempi della Seconda Guerra Mondiale. Il solo voto sulla Brexit ha avuto inoltre un impatto immediato sugli investimenti diretti, che si sono sensibilmente ridotti a causa dell’incertezza politica ed economica. Secondo il rapporto sullo stato dell’economia globale del Fondo Monetario Internazionale, pubblicato ad aprile, il Regno Unito è -con l’unica eccezione dell’Italia- il Paese con il più basso tasso di crescita del Pil di tutta l’Unione europea, Grecia compresa. Inoltre, secondo studi dello stesso governo di Sua Maestà, la Brexit ridurrebbe la crescita del Pil britannico del 5 per cento nell’arco di quindici anni qualora si raggiungesse un accordo di libero scambio con l’Ue post-Brexit, e dell’8 per cento se non ci sarà accordo. Per non parlare poi dei danni che saranno causati alla City di Londra se dovesse perdere i cosiddetti “passporting rights” (il diritto di vendere i servizi nell’Ue), della ridotta capacità di ricerca e sviluppo delle università britanniche, private di un facile accesso a talenti e risorse europei, e delle difficoltà causate ai rifornimenti just in time per le industrie manufatturiere del Regno Unito, come le catene di montaggio del comparto dell’auto.

Pure l’immigrazione, movente primario della campagna per uscire dall’Unione europea, si sta rivelando un’arma a doppio taglio. Con tutti i medici e le infermiere provenienti dai paesi dell’Ue che stanno partendo dal Regno Unito dopo il referendum e quelli che hanno deciso di non venire affatto, il Nhs, servizio sanitario nazionale, sta accusando le prime, serie difficoltà a garantire servizi adeguati a causa della mancanza di personale sufficiente.

Secondo YouGov, una delle società di sondaggi più accreditate del Regno Unito, attualmente il 46 per cento della popolazione ritiene che la Brexit sia una scelta sbagliata, mentre il 42 per cento la giudica ancora quella giusta. Non si tratta ancora di un divario statisticamente determinante, ma il trend è a favore di un serio ripensamento del progetto Brexit.

Ma non è soltanto a livello popolare che cominciano ad avvertirsi i primi segnali d’allarme: nelle fila stesse dei due principali partiti cresce il desiderio di rivedere i termini della Brexit. Secondo un recente studio condotto dal professor Tim Bale dell’Università di Londra, ben il 78 per cento dei membri del partito laburista ritiene che ci debba essere un secondo referendum sulla Brexit. Per quanto riguarda il governo, la May non ha più la maggioranza in Parlamento e il suo partito Conservatore è profondamente diviso sulla Brexit, con voci di dissenso sempre più autorevoli, compresa quella del Cancelliere dello Scacchiere, Philip Hammond.

A questo punto, tre sono le opzioni che si profilano per la Brexit. La prima è quella di un voto in Parlamento sull’accordo finale, con la possibilità che il Parlamento bocci l’accordo raggiunto e rimandi il governo al tavolo negoziale a Bruxelles.

La seconda opzione è che l’accordo sia sottoposto a un secondo referendum, offrendo stavolta agli elettori la possibilità di votare in maniera informata, pienamente consapevoli delle conseguenze della Brexit. Non più, quindi, come avvenne con il primo referendum a giugno 2016, quando il popolo votò per una non meglio definita ‘ripresa di controllo’ da Bruxelles e per i fantomatici 350 milioni di sterline da versare settimanalmente al NHS, il servizio sanitario nazionale, invece di mandarli a Bruxelles, come millantava Boris Johnson.

La terza opzione è che il Parlamento blocchi la Brexit, il che creerebbe un’immediata crisi costituzionale con la conseguente, inevitabile caduta del governo May, nel qual caso tutti gli scenari sarebbero aperti.