Un Italicum non fa primavera. Abbiamo scherzato: premier e ministri – con invidiabile disinvoltura e senza un fiato di giornali e commentatori – ci dicono ora che se ne riparla. L’Italicum è una legge a data certa, nel senso che scade come lo yogurt. Del resto, cari voi, la legge elettorale per la Camera è indipendente dalla riforma del Senato e non è inserita in Costituzione, si può cambiare con una norma ordinaria: che problema c’è? Giusto un paio, ma sono quisquilie.

Ab urbe condita: l’Italicum viene alla luce perché la Corte costituzionale dichiara – nel gennaio 2014 – incostituzionale il precedente sistema elettorale, efficacemente ribattezzato Porcellum dallo stesso relatore, il leghista Calderoli. Motivo? “Distorce” il voto degli elettori (abbiamo avuto per tre legislature un Parlamento di nominati) e altera gravemente i principi di rappresentanza e uguaglianza del voto. Bien, la Corte dice: il Parlamento sopravvive e pure gli atti compiuti durante l’attuale legislatura, così come quelle precedenti (è il principio di continuità dello Stato); ma fa anche capire che i tempi sono brevi, poi si dovrebbe andare alle urne per avere un Parlamento pienamente legittimo. Ne discende che il Parlamento di nominati – gravato dal macigno della sentenza – deve con urgenza e ceneri in capo fare una nuova legge elettorale.

Inizia un lungo confronto parlamentare a suon di strappi, supercanguri taglia-emendamenti e incursioni del premier in Parlamento: Renzi si presenta a Montecitorio nella notte del 12 febbraio 2015, dove è in corso la “discussione” sulla legge elettorale. Le virgolette sono d’obbligo perché il dibattito quel giorno è impreziosito da insulti e scazzottate (due deputati di Sel finiscono in infermeria) tra maggioranza e opposizioni. Il presidente irrompe – scrivono i giornali – per mandare un messaggio: o si vota la legge o tutti a casa. Deputato avvisato, mezzo salvato. La questione è dirimente perché il 64% degli onorevoli della XVII legislatura è una matricola e per conseguire il diritto al vitalizio occorre almeno una legislatura intera (5 anni). A forza di dai e dai la legge passa il 4 maggio 2015, tra abbracci e trionfi governativi: “Finalmente abbiamo una legge elettorale che ci permetterà di sapere chi governa la sera delle elezioni”. Ma con estrema calma: entrerà in vigore solo un anno e tre mesi dopo, nel luglio 2016. Perché? Intanto perché così è impossibile andare a votare prima e poi perché c’è da fare la riforma costituzionale chiesta a gran voce dal presidente Napolitano. Non una riformetta o una riformina, ma una revisione abnorme che stravolge un terzo della Carta del ’48 (sempre a opera di un Parlamento che discende dal Porcellum). Così hanno sistemato ben bene la Camera e pure il Senato, che non sarà più elettivo.

Naturalmente il giochino funziona solo se la riforma passerà indenne dal referendum a data ignota, circostanza che evidentemente viene data per scontata (con scarso rispetto per i cittadini cui spetta l’ultima parola). Il 29 aprile, una settimana prima del voto finale, per stare sicuro (se non sereno) il governo mette addirittura la fiducia sulla legge elettorale. Comme d’habitude: l’attuale esecutivo, in poco più di due anni, ha usato lo strumento della fiducia oltre cinquanta volte. E non solo su provvedimenti qualificanti dell’azione di governo, ma perfino sul decreto milleproroghe! Così, con la spada di Damocle della fiducia, l’Italicum è legge. Uno dice: mica è la prima volta che una legge elettorale viene vincolata da un governo. In effetti era accaduto anche nel 1923 con la fascistissima legge Acerbo e nel ‘53 con la legge truffa (truffa per modo di dire visto che il premio di maggioranza scattava quando una maggioranza era davvero maggioranza, cioè quando un partito o una coalizione avevano raggiunto il 50% dei voti validi).

L’edificante storiella non è finita: il prossimo 4 ottobre la Consulta si pronuncerà sull’Italicum. Ed è assai probabile che intervenga sul premio di maggioranza assegnato senza soglia minima al ballottaggio, sul divieto di apparentamento al secondo turno e sulle candidature plurime (la possibilità per i capilista bloccati di presentarsi in più collegi e scegliere dove essere eletti). Se la Consulta dovesse bocciare l’Italicum, governo e maggioranza farebbero una figura non qualificabile se non con una parolaccia, visto che il loro primo mandato era mettere insieme una legge elettorale per lo meno non incostituzionale.

Ora, a due mesi dall’entrata in vigore, dicono di essere disposti a rivedere l’Italicum, a prescindere dalle decisioni dei giudici costituzionali e nonostante il voto di fiducia cui è stato costretto il Parlamento. E questo sarebbe il governo del fare, della governabilità e della stabilità? All’epoca dell’approvazione il ministro Maria Elena Boschi disse: “La legge elettorale è il simbolo di un governo che non si limita a predicare le riforme, ma le fa sul serio”. Sul serio, un governo da operetta.