Venerdì scorso la doccia fredda della Brexit. Il Leave ha vinto di misura con una campagna basata sulla indipendenza e la paura delle immigrazioni. In particolare si è sostenuto che con l’ammissione della Turchia nella Ue la Gran Bretagna sarebbe stata invasa dai turchi. Lunedì scorso gli Stati Uniti hanno diramato un avviso ai propri cittadini sul rischio di viaggiare in Turchia. I turchi non l’hanno presa bene.

Il giorno successivo la Turchia ha annunciato la ripresa dei rapporti diplomatici con Israele dopo lo strappo di Erdogan “punto zero” (2014), quando faceva il paladino di Gaza e accusava Israele di genocidio e “nazismo”. Dopo appena ventiquattro ore l’attentato terroristico all’aeroporto di Istanbul. Non c’è relazione logica tra gli eventi. Forse. L’attentato di mercoledì è l’ennesimo che accompagna ogni cambiamento di faccia del presidente turco. Ha operato una serie di purghe negli apparati militari che non sono riuscite a far cambiare l’idea che le forze armate sono i difensori della laicità.

Ha finto di combattere l’Isis ammazzando i curdi siriani che erano rimasti gli unici ad affrontare il presunto califfato. Ha invaso l’Iraq per “proteggere” Mosul sovrapponendosi ai curdi.

È stato sonoramente smentito dalla Russia di Putin che ha messo in piazza la connivenza turca con l’Isis. Ha creduto di poter dividere i curdi catalogandoli in buoni e cattivi a seconda del partito politico e l’area di residenza, ma i curdi rimangono tali: uno contro l’altro e tutti contro l’avversario comune. Oggi, l’Erdogan “punto X”, di fatto rallenta le operazioni internazionali per la ripresa di Mosul appoggiando i curdi di Erbil che non vogliono milizie sciite (sostenute dall’Iran) al fianco delle truppe irachene anche se sono state determinanti nella riconquista di Falluja. Anche queste azioni sembrano senza logica.

Tuttavia, la reazione all’ultimo attentato presenta due novità. La prima: nessuno ne ha rivendicato la responsabilità, ma secondo il governo turco questa volta non sarebbe stato il solito curdo “cattivo” del Pkk, ma un commando dell’Isis. I motivi sfuggono e l’unico plausibile sarebbe una ritorsione del califfo per un “tradimento” turco proprio nel periodo di maggiore difficoltà, ma nessuno lo ha denunciato. La seconda: il primo ministro Binali Yildirim ha sollecitato l’unità nazionale, come di solito si fa in caso di minaccia esterna e questo fa pensare. L’Isis, ammesso che sia una minaccia e non un alleato per la Turchia, non è tale da richiedere l’unità nazionale.

La minaccia di un nemico esterno spesso serve a nascondere i conflitti interni, soffocare la dissidenza e adottare misure di repressione. La Turchia è già passata per diversi colpi di Stato, armati o “bianchi”, e non è un mistero che Erdogan abbia tentato più volte di ottenere poteri assoluti.

Come è altrettanto noto che le classi più abbienti soffrono del distacco dalla Ue e le alte gerarchie militari, tuttora kemaliste, non hanno mai digerito lo strappo con l’alleato Israele e non vedono di buon occhio i sospetti della Nato, il gelo con gli americani e la perdita di controllo sulle masse islamiste (elementi fondamentali della base militare di leva e professionale) orientate a favore del “sultano” Erdogan. Il terrorismo è un crimine orrendo, ma è anche uno strumento politico e ci sono Paesi che più di altri lo sfruttano e alimentano per faide interne di potere. La Turchia ne sa qualcosa e noi pure.