La dignità, certo. Nel momento della morte, certo. Morirono ricchi di dignità gli uomini e le donne che Riina fece squartare e sfigurare, togliendo loro la possibilità di essere anche solo sfiorati in viso dai loro cari. Dignitosi nell’animo, macellati nelle carni.

Mentre nessuno macellerà nelle carni Totò Riina, che a quelle carneficine brindava felice con il suo “moesciandon”. Verrebbe voglia di chiedersi a quali diritti possa mai appellarsi chi, per mezzo secolo, ha fatto strame dei diritti altrui. Poi avanza la ragione della propria diversità.

Io non perdono. Lo considererei un tradimento non solo verso la mia storia, ma verso centinaia e centinaia di altre terribili storie. Ma so accettare che un ergastolano ebbro di sangue, possa uscire dal carcere per andare a morire nel suo letto. Non diciamo “dignitosamente”, però, perché mai Totò Riina potrà morire con dignità. Diciamo “in libertà”; ovvero dignitosamente per noi, per la nostra democrazia, perché gli siamo infinitamente superiori. Accetto che esca per andare a morire nel suo letto, però. Non per starsene agli arresti domiciliari a dare ordini o minacciare. Perché ricordiamo bene i ciechi messi in libertà che vanno a fare stragi di testimoni. I pazzi che riprendono lucidamente le fila dei loro affari. I moribondi che d’incanto si svegliano e camminano. Se Riina è moribondo, se ha cioè i giorni contati, lo decidano periti medici liberi e ci si giochino la faccia pubblicamente, professionalmente. La Cassazione ha raccolto perizie incontrovertibili prima di lanciare il suo messaggio? O ha sposato per principio l’idea che un mafioso che arriva su un lettino a un processo sia ormai in fin di vita?

Questo è il problema. Ne stiamo vedendo francamente troppe, di sentenze strane, per non pretendere di stare, almeno questa volta, in uno Stato serio. Generoso, ma serio.