I gentili lettori di questa rubrica sono pregati di considerare che prima di metterci a scrivere ci abbiamo pensato molto. Le righe che seguono girano attorno al più scivoloso tra i temi contemporanei: l’immigrazione. Ci abbiamo riflettuto a lungo perché lo sport più in voga in queste settimane è appiccicare etichette, da una parte e dell’altra: fascista, razzista, buonista… Il dibattito politico si è completamente schiacciato su posizioni opposte prive di sfumature e distinguo, e come sempre accade, pure su slogan privi di senso. Che non spiegano nulla ai cittadini. Di immigrazione si parla quasi solo in termini di consenso elettorale e non come di un fenomeno epocale con cui siamo alle prese.

I quotidiani della cosiddetta sinistra distribuiscono fastidiosissime patenti, medaglie al valore civile da appuntare sul petto dei sinceri democratici accoglienti; quelli di destra vomitano livore contro ogni diversità attribuendo ai migranti ogni genere di abominio. Pensateci: già dalla definizione si capisce che c’è spazio solo per due fazioni. Chi li chiama viaggiatori (ma possiamo davvero pensare che siano turisti quelli che arrivano in gommone?) e chi clandestini. È vero: l’Italia ha conosciuto – anche se lo abbiamo allegramente dimenticato in una colossale opera di rimozione post-bellica – la vergogna delle leggi razziali. Forse è (anche) per questo che l’argomento è tanto sensibile. Non aiuta il fatto che le risposte dei politici, le loro narrazioni televisive, siano sempre sotto il segno della semplificazione. Invece, davanti a questo fenomeno le persone – comprese quelle, tra cui rientra chi scrive, convinte di avere principi saldi a far da bussola – sono disorientate dalla complessità degli eventi.

Gad Lerner ha restituito la tessera del Pd con questa motivazione: “Io che avevo visto male la scissione, né ho considerato motivi sufficienti per un divorzio le riforme istituzionali e il Jobs act, ora, per rispetto alla mia gerarchia di valori, mi vedo costretto a malincuore a separarmi dal partito in cui ho militato dalla sua nascita. L’involuzione della politica del Pd sui diritti umani e di cittadinanza costituisce per me un ostacolo non più sormontabile”. Ognuno ha i suoi gusti, certo la rottamazione dello Statuto dei lavoratori e della Costituzione non sono un dettaglio. Uno dei problemi a sinistra è il ministro dell’Interno, che si ritiene insegua posture mimetiche tipiche della destra. Non entreremo qui nella complicatissima questione del decreto Ong e nemmeno degli accordi con la Libia, per mancanza di spazio.

Però Minniti ha detto a Pesaro una cosa sacrosanta: “Come ministro e come uomo del Pd so che non bisogna biasimare chi ha paura. Bisogna stargli vicino, ascoltarlo e liberarlo da questa paura”. E ancora: “L’Italia si è presentata al mondo come un Paese che è in grado di accogliere e che ha dato una lezione etica e morale a tutto il pianeta, cosa che ci è stata ampiamente riconosciuta. Oggi possiamo parlare solo di accoglienza o dobbiamo aggiungere che le politiche di accoglienza hanno un limite oggettivo della capacità di integrazione? Una società che accoglie e che non sa integrare significa che non è attenta al suo presente e al suo futuro”.

Fare finta che non esista disagio, che non ci siano problemi rispetto all’integrazione culturale vuol dire nascondere la polvere sotto il tappeto. Il vizio di giudicare con il ditino alzato o di vellicare le paura non ci porterà da nessuna parte. Il problema esiste, è gigantesco e sarà bene provare ad affrontarlo con umanità, ricordando i nostri valori costituzionali, sapendo che da soli non possiamo salvare il mondo. Magari dotando i cittadini di strumenti per capire e vivere meglio.