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domenica 18/09/2016

Referendum costituzionale, l’ennesimo spot falso: “Il Sì aiuta la ricerca”

Il numero uno dell’Istituto superiore di sanità, ente dipendente dal ministero della Lorenzin, in un convegno mette in connessione riforma Boschi e soldi per la scienza. Problema: non è vero

Votare Sì al Referendum costituzionale è importante anche per la ricerca”: Walter Ricciardi, presidente nominato dal governo all’Istituto superiore di sanità (che è un ente pubblico di ricerca vigilato dal ministero della Salute) fa il suo endorsement alla riforma costituzionale durante il Forum sul futuro della ricerca, a Roma, due giorni fa: “Questo campo è fatto di investimenti, che vengono soprattutto dall’estero. Gli investitori si aspettano un’Italia stabile, competitiva che, oltre ad avere persone capaci, sappia anche utilizzarle al meglio e garantire la riformabilità del Paese”. Il punto è che non è chiaro come possano un Senato non eletto o l’abolizione del Cnel spingere i privati a investire di più o risolvere il caos degli enti di ricerca.

Non solo,per alcuni enti pubblici di ricerca, il Sì rischia di avere pessimi risultati. Come per l’Isfol, l’Istituto per lo sviluppo della formazione professionale dei lavoratori che dipende dal ministero del Lavoro. Se dovesse passare la riforma, sarebbe depotenziato in favore della neonata Anpal, l’Agenzia nazionale per le politiche attive per il lavoro, in virtù del ri-accentramento allo Stato delle competenze sul lavoro .

L’Anpal sottrarrebbe all’Isfol almeno 100 unità e anche diversi milioni di euro (la cancellazione di uno solo dei progetti finanziati dal Fondo Sociale Europeo – Azioni di ricerca sul mercato del lavoro – comporterebbe una diminuzione di 30 milioni di euro tra il 2015 e il 2016).

Secondo punto. Anche se arrivassero i soldi dei privati, non si risolverebbe il principale problema degli enti pubblici: migliaia di precari che si sono accumulati negli ultimi decenni, tra contratti a tempo determinato e contratti atipici. Sono quasi 10mila (un terzo di tutti i dipendenti) e hanno in media 40 anni.

Per sbloccare la situazione, servirebbero soprattutto finanziamenti pubblici. Per legge, infatti, il personale deve essere pagato con fondi stabili, come il Fondo Ordinario (Foe) distribuito ai 14 enti di ricerca su cui vigila il ministero dell’istruzione e che nell’ultimo decennio si è ridotto del 20%.

Ma quando si parla di enti di ricerca pubblici, ci si riferisce a una vasta gamma: da quelli sotto il Miur (come Cnr e Invalsi) a quelli che dipendono dal ministero della Sanità (Iss), dell’Ambiente (Ispra) e dell’Agricoltura (Crea). E per tutti, il recente decreto della legge Madia (ora alle commissioni Cultura in Parlamento prima di tornare a Palazzo Chigi per l’approvazione definitiva) prevede che, per fare nuove assunzioni, è necessario che l’anno precedente l’ente non abbia superato, per pagare gli stipendi, il tetto dell’80% sui fondi statali. Qualche giorno fa il Fatto aveva raccontato come questo paralizzi prima di tutto il Cnr (Consiglio nazionale delle Ricerche), che è l’ente più grande: gli stipendi del 2015 hanno pesato sul Foe all’85 per cento.

A conti fatti, per rientrare nel limite occorreranno almeno 5-6 anni, tagli drastici inclusi. Chi è precario o ha contratti atipici (in totale 5mila persone), concorso o meno, non potrà aspirare a un’assunzione. All’Ispra (Istituto per la protezione e la ricerca ambientale) ci sono almeno 120 precari a fronte di mille stabili. E gli stipendi pesano sul fondo statale per l’81%; all’Isfol, per l’83%; all’Indire (Ricerca e innovazione per la scuola italiana) per il 92%; all’Ogs (Oceanografia e geofisica) per l’88%.

“Dovrebbe essere lo Stato a finanziare, non i privati – spiega Claudio Argentini di Usb (il sindacato che, come il M5S, ha segnalato il cortocircuito di Ricciardi) e ricercatore all’Istituto Superiore di Sanità – Altrimenti la ricerca rischia la sua libertà, magari assoggettandosi al committente di turno. E i fondi privati, poi, non risolvono il problema della precarietà”. E così negli enti di ricerca nascono anche i Comitati del No.

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Politica
Il primo confronto

3,4% lo share dello speciale di La7 “Referendum: Sì o No?”

Venerdì sera è andato in onda lo speciale del Tg di La7 in diretta dalla Festa dell’Unità di Roma: Referendum: Sì o No, come il titolo del programma che da venerdì prossimo verrà trasmesso ogni settimana su La7. Ieri “l’anteprima”: da un lato il renziano Roberto Giachetti, dall’altro Massimo D’Alema, al centro il direttore Enrico Mentana come moderatore del dibattito che contrapponeva le ragioni del Sì e quelle del No alla riforma costituzionale.

La trasmissione ha raggiunto il 3,4 per cento di share. Tradotto, il primo confronto a due sul referendum costituzionale trasmesso in tv – considerando il pochissimo spazio riservato dai tg e dai programmi di approfondimento nella tv pubblica, soprattutto per le ragioni del No – ha avuto 792 mila spettatori, praticamente lo stesso share di Politics – Tutto è politica, il programma di punta di Rai3 che martedì scorso (nonostante avesse tra gli ospiti lo stesso Luigi Di Maio, che la settimana precedente, poche ore prima della diretta, aveva deciso di non partecipare alla puntata di lancio perché nel pieno del caos romano) ha raggiunto il 3,5 per cento di share, 835 mila spettatori.

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