Un sondaggio Swg ci racconta che solo il 5 per cento dei cittadini ha fiducia nella “classe politica nazionale”. Una percentuale miserrima che però triplica, arrivando a toccare il 15 per cento, quando si guarda agli amministratori locali. Il risultato, tenendo conto di quanto viene combinato in tante Regioni e in tanti Comuni, non è poi da buttar via. Verosimilmente nell’immaginario collettivo degli italiani alcuni buoni sindaci e qualche buon presidente finiscono per far meritare a chi sta in provincia un 3 in pagella, invece che l’1 riservato a coloro i quali frequentano le istituzioni parlamentari.

C’è da chiedersi però a quale voto potrebbero aspirare in media i nostri rappresentanti se migliorassero non tanto in materie difficili come moralità e competenza, ma almeno in un campo relativamente più semplice: il senso del ridicolo. La controprova arriva dall’ultima e teoricamente meritoria impresa di Vincenzo De Luca, il governatore della Campania abituato ad augurare la morte e ogni tipo di sciagura a chi considera avversari (celeberrimi restano quei “ve possano ammazzare” e quel “infame da uccidere” rivolti a tre pentastellati e a Rosy Bindi). De Luca ieri ha presentato una nuova legge regionale sull’editoria. Due milioni e mezzo di contributi destinati a trasformare qualche decina di precari in redattori assunti regolarmente. Al di là della discussione sui finanziamenti pubblici ai giornali – noi qui al Fatto siamo notoriamente contrari – colpiscono in positivo le motivazioni da cui De Luca dice di essere stato spinto. Il governatore davanti alle telecamere analizza correttamente la situazione dei media. “Sappiamo – dice – che il mondo dell’informazione è intrecciato con il mondo della politica a livello nazionale. In Italia si fa fatica a trovare editori puri e questo limita l’autonomia delle funzioni della stampa”. Poi aggiunge: “La stampa è libera quando c’è un lavoro garantito e stabile, quando un giornalista non è ricattabile da un editore e può esercitare la propria funzione critica in piena autonomia”.

Uno dei cronisti presenti, un giovane collega di RepubblicaAntonio Di Costanzo, viene comprensibilmente ammaliato dal pacifico spirito liberale da cui appare finalmente animato De Luca. “Libertà” e “diritto di critica” sono principi che ogni giornalista (almeno a parole) considera irrinunciabili. Così pone un interrogativo secco e preciso. Chiede al governatore perché nei giorni precedenti abbia attaccato alcuni servizi Rai e se ritiene “opportuna la candidatura di suo figlio Pietro”.

È una domanda normale, anzi ovvia, visto che è legata a due recentissimi fatti di cronaca politica. Ma anche se autonoma, a De Luca la domanda non piace. Il governatore s’irrigidisce e la ignora. “Presidente, non rispondere non vuol dire rispettare la stampa”, lo incalza il giornalista. De Luca fissa allora negli occhi l’intervistatore. Poi scandisce lento: “Caro ragazzo, il tempo delle piccole provocazioni è finito. Si chiede e si risponde se si ritene”. La scena ha qualcosa di surreale. Anche perché De Luca, trattenendo visibilmente la rabbia, continua: “Questa non è una domanda. È semplicemente un elemento di una polemica strumentale da politica politicante alla quale risponderò quando prepareremo una conferenza stampa con questo tema”. Cioè mai.

Ce ne è abbastanza per dare lavoro a Maurizio Crozza per una decina di puntate. E soprattutto, al prossimo sondaggio, per far scendere la fiducia nella classe politica locale dal 15 all’1 per cento. Quella di De Luca e di suo figlio Pietro.