I grandi numeri raccolti da M5S e Lega sono frutto di un disagio comprensibile e giustificato. Salari stagnanti, alta disoccupazione e crescita anemica sono solo alcune delle ragioni. La diagnostica però rimane alquanto deficitaria: sembra che i problemi dell’Italia siano riconducibili all’entrata nell’euro, tanto da voler imporre al capo dello Stato un ministro , come Paolo Savona, che è ben conosciuto per il suo piano (da attuare in segreto) d’uscita dell’euro, da sbandierare a Bruxelles come una clava.

L’euro è diventato il capro espiatorio di un Paese che non si è mai totalmente ripreso dai postumi di un modello di sviluppo basato sul fare debito e poi svalutarlo stampando più moneta. Un modello di sviluppo che ha portato l’Italia impreparata all’entrata nella moneta unica, ovvero alla centralizzazione della politica monetaria in capo alla Bce, con uno scenario di bassa produttività, salari reali stagnanti, una governance di imprese e istituzioni logorata da anni di commistione tra politica e affari. Ma soprattutto ha creato una classe dirigente che ancora oggi ignora il problema e fatica a riformare i settori chiave del Paese, nella speranza che più spesa pubblica sciacqui via i propri mali. Basta vedere quanta resistenza esiste nel rendere la governance delle banche più trasparente e i bilanci più solidi, in linea con gli standard internazionali. Intanto, la meno competitiva Spagna ci ha superato per livelli di Pil pro-capite a parità di potere d’acquisto partendo da una posizione pre-euro meno favorevole della nostra. Si può riformare e ripartire all’interno dell’euro.

Ma è anche vero che l’euro è incompleto. Manca una vera unione finanziaria del mercato bancario e dei capitali che incrementi la condivisione del rischio tra privati, nonché stabilizzatori automatici basati su trasferimenti pubblici, come il meccanismo unico di sussidi alla disoccupazione e un budget per investimenti anti-crisi e per colmare il divario nord-sud. Invece di arrivare agguerriti su questi temi, ci siamo presentati al resto d’Europa con un programma da 120 miliardi e senza coperture che prevede, tra le altre cose, misure per ridurre la disuguaglianza (come il reddito di cittadinanza) insieme a misure che la incrementano (come la flat tax). Spesa in deficit che ci sarà concessa di fare al suono di minacce di uscita dall’euro. Questo era l’approccio del ministro greco Yanis Varoufakis, che minacciò di non ripagare il debito in mano Bce. Il braccio di ferro fallì perché gli altri Stati chiarirono di non voler salvare la Grecia da un’uscita disordinata. Dopo mesi di crisi autoinflitta, Varoufakis fu allontanato e la Grecia firmò un altro piano di salvataggio.

Certo, l’Italia non è la Grecia, e una sua potenziale rottura con l’euro potrebbe far collassare tutta l’Unione, ma è folle immaginare che una politica ricattatoria non trovi opposizioni nei rispettivi elettorati delle nazioni che dovrebbero avallare questo atteggiamento preferenziale verso l’Italia. Pertanto, per negoziare in Europa serve capire cosa va fatto e va poi fatto cercando alleanze, ma facendo da esempio positivo sulla strada da seguire.

Sarebbe ora di relegare agli anni ‘70 e ‘80 del Novecento la scorciatoia delle svalutazioni competitive. Da allora, il sistema economico e finanziario è diventato più integrato e il capitale si muove rapidamente. La credibilità è quello che permette l’accesso al mercato.

Studi recenti mostrano come la potenziale crescita delle esportazioni grazie alla svalutazione è più che compensata dall’incremento dei costi di finanziamento per imprese e cittadini. Vedi i recenti disastri di Argentina e Turchia. Quel modello di sviluppo e quell’Italia non esistono più.