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giovedì 17/05/2018

Il corpo è l’unica via per conoscere l’anima

La mostra - L’altra faccia di Paolo Flores d’Arcais: i suoi quadri esposti al Palazzo Ducale di Genova

Parlando della pittura di uno dei più grandi artisti di tutti i tempi, Diego Velázquez, uno dei più grandi artisti del Novecento, Francis Bacon, ha detto: “Da tutti i suoi dipinti traspare quell’emozione che Velázquez deve aver provato, persino in quelle bellissime opere dove le figure hanno una meravigliosa struttura e al tempo stesso la colorazione di un Monet. Si avverte sempre il passaggio dell’ombra della vita… Perché uno vuol camminare sull’orlo di un precipizio, e in Velázquez è davvero straordinario il modo in cui ha saputo tenere l’immagine così vicina alla cosiddetta illustrazione e al tempo stesso rivelare con tanta intensità le emozioni più grandi e più profonde che un uomo possa provare”. Bacon era il figlio di un secolo che si era allontanato irrimediabilmente dalla “cosiddetta illustrazione”, e nei suoi quadri l’ombra della vita abita carni sfatte, scomposte, atrocemente esposte alla vista. Un teatro della condizione umana, rappresentata attraverso i corpi. “Mucha alma en carne viva”, aveva scritto genialmente uno spagnolo del Seicento commentando i quadri di Velázquez.

“Molta anima in carne viva”: una descrizione perfetta anche per i quadri di Francis Bacon. E per quelli di Paolo Flores d’Arcais. Solo da poco ho scoperto che Paolo è anche un pittore: scoprendo anche che la sua pittura si colloca esattamente in questa stessa scia. Naturalmente non sto dicendo che Flores dipinge come Velázquez, o come Bacon. Voglio invece dire che anche per lui il corpo umano è l’unica cosa che conta. Quella del corpo è l’unica via per conoscere l’anima. L’unica mistica possibile, l’unica religione, l’unica passione: una passione che unisce, come in un fascio di sentimenti, eros, compassione, amicizia, fraternità, venerazione. Che si tratti di sinuosi, morbidi corpi femminili inerpicati sugli immancabili tacchi da feticista, che si tratti delle macchine belliche dei corpi dei pugili, che si tratti del volto caro e familiare di Karl Popper: è identico lo slancio, quasi violento, con cui Flores penetra in quelle carni, squadernandole sotto i nostri occhi in un’orgia cromatica dissonante e avvincente. E i risultati sono sorprendenti, per qualità e intensità. Sono quadri veri: non esercizi da dilettante. È l’altra faccia di Paolo Flores: che come filosofo e uomo pubblico ha dedicato la vita all’analisi e alla critica delle anime della collettività sociale e politica, e come pittore finora privatissimo si è gettato con insospettabile slancio nella celebrazione di corpi individuali. Un’istintiva compensazione, forse: certo la ricerca di un completamento. Come a dire che la gerarchia imposta da secoli di sovrastruttura umanistica – il primato dello spirito, la civiltà della parola, la nobiltà del pensiero – può, e forse deve, essere accettata e introiettata. Ma non al punto di non lasciare libero un angolo d’anima: un angolo dove abbandonarsi a rappresentare l’istintivo, primordiale, creaturale, selvaggio amore (e dolore) per il corpo stesso della vita.

È in quest’angolo che oggi abbiamo il privilegio di essere ammessi.


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