E ora viene fuori anche il buco della legge sulle province, detta Delrio, quella che – anticipando la riforma costituzionale di Renzi – le ha trasformate in “enti di secondo livello” abolendo in sostanza le elezioni e incasinando la ripartizione delle competenze tra Regioni ed enti locali. Come vedremo, si attendono nuovi ricorsi ed ennesime bocciature della Consulta. Perché? Perché nella legge qualcuno ha voluto scrivere “in attesa della riforma” e ora la riforma non esiste più.

La colpa – al di là dei governi e dei singoli ministri – è di un modello legislativo che in questa legislatura è divenuto una sorta di dogma: siccome le riforme, e s’intende quelle costituzionali, erano una sorta di imperativo categorico imposto dall’ex presidente Giorgio Napolitano al Parlamento, le Camere hanno legiferato a babbo morto, per quando cioè la nuova Costituzione futura sarebbe stata in vigore. Qual è il problema? Non pensare che 19,4 milioni e spicci di italiani possano recarsi ai seggi per dire che la Costituzione cambiata in quel modo non va bene.

È successo con la legge elettorale detta “Italicum”, che l’attuale capo dello Stato Sergio Mattarella ha firmato nonostante entrasse in vigore a scoppio ritardato e non si applicasse al Senato: tanto Renzi aveva abolito le elezioni… Peraltro, valendo per una sola Camera era per ciò stesso incostituzionale – vista la sentenza della Consulta del dicembre 2013 (tra i giudici c’era lo stesso Mattarella) – perché i due rami del Parlamento vanno eletti con legge omogenea. Ora si aspetta solo che la Consulta faccia a pezzi l’Italicum.

Stesso metodo, stesso fallimento pure con la riforma della Pubblica amministrazione: siccome la Costituzione renziana riportava parecchie competenze sotto il controllo del governo centrale, la “legge Madia” delegava l’esecutivo a fare come gli pareva “previo parere” della conferenza Stato-Regioni. La Consulta ha di recente ricordato al governo che, in ogni caso, serve non il “parere” delle Regioni, che poi uno può ignorare, ma “l’intesa” secondo “il principio della leale collaborazione” tra istituzioni dello Stato (Palazzo Chigi, anche se molti lo dimenticano, non è l’unica).

Un destino simile probabilmente attende la riforma delle province, nata quando il renziano Delrio era ministro degli Affari regionali di Enrico Letta e approvata dopo lo #staisereno che tutti ricordano. In sostanza, la legge istituisce le città metropolitane: originariamente 11, ma poi pure Messina, Reggio Calabria e Cagliari si sono aggiunte all’elenco delle metropoli italiane. Nel resto d’Italia – detratte le province di Trento e Bolzano e la Val d’Aosta – ci sono ora 93 “enti di area vasta” non elettivi falcidiati dai tagli nonostante mantengano competenze rilevantissime su scuola, strade e ambiente. Pure il trattamento del personale è stato l’ennesimo episodio tra dilettantismo e arroganza : la metà fa quel che faceva prima, l’altra metà è stata ricollocata in altri gangli dello Stato a caso (dai tribunali alle Regioni alle scuole), più qualche sfigato che è ancora in mobilità e rischia dunque di trovarsi per strada.

Ecco, tutto questa meraviglia e altre ancora sono appese a una piccola frase. La legge Delrio è stata infatti approvata sotto forma di maxi-emendamento con la fiducia: un articolo unico con 151 commi uno dietro l’altro. E al comma 51, dopo aver istituito le città metropolitane, si inizia a riformare le normali province sotto quello che può essere considerato un auspicio con forza di legge: “In attesa della riforma del titolo V della parte seconda della Costituzione e delle relative norme di attuazione, le province sono disciplinate dalla presente legge”. Quest’attesa si fa ora messianica, mentre i problemi delle province – come potete leggere qui accanto – sono urgenti e immediati: nel 2015 la Consulta bocciò i ricorsi di alcune Regioni contro la legge Delrio, chissà se oggi andrebbe alla stessa maniera. Tanto più che c’è quel comma 51, la legislazione nell’attesa.