Prosegue questa settimana la nostra serie sugli effetti dei fenomeni meteorologici estremi sui nostri politici, costretti alla damnatio del pulpito anche mentre imperversano i Lucifero e i Caronte. Nella top ten dei danni da caldo tra i primi classificati si trova l’onorevole David Ermini del Pd che intervenendo a una puntata di Omnibus ha parlato della situazione in cui si trova l’Italia dopo il 4 dicembre: “Adesso tutti si leccano le ferite ma nessuno ha chiesto scusa per quel no al referendum del 4 dicembre”. Ci vorrebbero, qui, teschi e punti esclamativi come si usava nei vecchi fumetti per esprimere l’inesprimibile, imprecazioni e parolacce che sui giornali non sono educate. Ma come commentare altrimenti l’evidente disprezzo per il popolo sovrano che il 4 dicembre ha sonoramente bocciato il referendum? Disprezzo aggravato dal fatto che a pronunciare quelle parole, che non si possono definire un lapsus, è stato un rappresentate del medesimo popolo, il quale dovrebbe avere quanto meno una idea vaga di cosa significhi la parola “democrazia”.

A proposito di cittadini, si è espresso anche il segretario del Pd. A chi gli chiedeva se fosse disposto a fare un passo indietro come possibile presidente del Consiglio, Renzi ha risposto: “Chi va a Palazzo Chigi lo decidono i voti degli italiani, non i giornalisti e neanche le speranze dei militanti”. Come sempre quando il segretario dem apre bocca, sui social si scatenano putiferi (non solo per via del suo “caratteraccio”). Nel gioco del “trova l’errore nei discorsi di Renzi”, in molti hanno segnalato che in una repubblica parlamentare è il presidente della Repubblica a dare l’incarico al presidente del Consiglio per formare il governo. È verosimile che l’ex premier non avesse bisogno di un ripasso di diritto costituzionale, ma che intendesse rivendicare il primato del popolo nel decidere le maggioranze con le elezioni (che peraltro vengono rimandate con ogni scusa). Purtroppo Renzi anche quando dice cose giuste per quanto ovvie, riesce a sbagliare. Correndo con la memoria ai giorni dell’#enricostaisereno è doveroso ricordare le modalità con cui arrivò a Palazzo Chigi, senza nemmeno essere parlamentare. Vero, era diventato segretario del maggior partito di governo, ma un leader di quell’area c’era già: difficile far passare lo strappo come una mossa dettata da esigenze di maggiore democrazia.

Ce n’è anche per il ministro Delrio che, intervenendo sulle dimissioni di Bruno Rota dall’Atac, ha spiegato che siccome lui è un bravo manager bisogna dargli retta a proposito del salvataggio della municipalizzata romana. Fa sorridere se si pensa che il medesimo manager – proprio lui, non un omonimo – a malincuore ha dovuto lasciare Atm (l’azienda dei trasporti milanese) che aveva guidato con successo per sei anni a causa di insanabili dissapori con il neosindaco Beppe Sala. Può essere che nel tragitto Milano-Roma Rota si diventato ancor più capace. Più verosimile che tra le ragioni dell’endorsement ministeriale risiedano questioni di opportunità politica.

Last but not least: non abbiamo ritenuto salubre per i nostri lettori dedicare un’intera rubrica al “dipartimento mamme” del Pd e relativi strascichi polemici. La disgraziata frase di Patrizia Prestipino (“se uno vuole continuare la nostra razza è chiaro che in Italia bisogna iniziare a dare un sostegno concreto alle mamme e alle famiglie, altrimenti si rischia l’estinzione”) è stata sufficientemente sbeffeggiata. Ma per ridere davvero bisognava ascoltare il seguito: “La genitorialità viene spesso lasciata da sola, le mamme omosessuali vanno aiutate, donne o uomini che siano”. Prima di parlare, anche se fa caldo, contate fino a dieci. Per favore.