“Diamo fastidio ai poteri forti”. (Virginia Raggi)

Dopo il disastro sulle nomine combinato a Roma dal sindaco Raggi e dai 5Stelle, si potrebbe anche ritenere che il complottismo sui poteri forti è l’ultimo rifugio degli incapaci, se non facesse riflettere quanto dichiarato dall’ex dg dell’Atac, Marco Rettighieri. Dimissionario perché “questa amministrazione ha contestato il progetto di dismissione del patrimonio immobiliare dell’azienda”.

Non esattamente bazzecole, poiché si parla di una fetta cospicua della gigantesca torta di Roma Capitale composta da una miriade di società municipalizzate, ciascuna collegata a colossi privati spesso di dimensione internazionale (Acea e il gruppo Caltagirone per citarne uno). Senza contare un patrimonio comunale (terreni, immobili, partecipazioni) di valore incalcolabile perché mai calcolato. Senza contare la pioggia di miliardi pronta a inondare l’Urbe se la giunta Raggi si decidesse una buona volta a dire sì a Malagò e alle Olimpiadi del 2024.

Ora, la Raggi ci ha messo certamente del suo, ma la favoletta della sindaca che dovrebbe soltanto occuparsi della raccolta dei rifiuti o della manutenzione stradale lasciamola per favore ai trombettieri di regime e ai gonzi. Chi è chiamato a governare Roma, infatti, si trova tra le mani, oltre ai mille problemi quotidiani, un affare gigantesco. Che il M5S non sa come affrontare. L’altra sera a “In Onda”, Paolo Mieli ha detto giustamente che per i grillini fare la figura degli inetti è preferibile che essere considerati dei disonesti, al pari degli altri. Perché essi sanno che gli elettori possono perdonarli se li beccano impreparati, ma non con le mani nella marmellata.

Per il Movimento, del resto, il rapporto col denaro pubblico ha sempre rappresentato un motivo d’orgoglio (la restituzione, unico partito, di 17 milioni di finanziamento statale) e insieme di tormento (la grottesca questione degli scontrini dei parlamentari). Per inesperienza o forse sentendosi inadeguati al compito, quelli del “Raggio magico” hanno quindi preferito affidarsi a personaggi di sicura esperienza, come il dimissionario assessore al Bilancio Minenna e la dimissionaria capo di gabinetto Raineri. Una giunta nella giunta l’ha definita qualcuno, una situazione che non poteva durare.

Perché, al di là dei casini procedurali e delle beghe interne, Virginia Raggi deve decidere, e al più presto, cosa vuole fare da grande. Se essere il sindaco della Capitale per interposte persone delegando soprattutto la gestione del patrimonio: un modo per sopravvivere ma anche il rischio di rendere di nuovo impermeabile il Comune all’assalto di mafie, mafiette e naturalmente poteri forti. O se sporcarsi le mani nel significato migliore del termine. Il che significa gestire con la sua squadra tutti i dossier più delicati assumendosi la responsabilità degli eventuali errori. Non è per questo che i cittadini l’hanno eletta?