Fare carriera senza lavorare è un privilegio ambito da molti, ma concesso solo a pochi. Tra i fortunati ci sono da annoverare tutti quei magistrati che, nel corso degli anni, hanno scelto di far politica senza appendere la toga al chiodo. L’elenco, scoperto dai nostri valenti colleghi Primo Di Nicola e Ilaria Proietti, è lungo e comprende nomi di grido. C’è, per esempio, il presidente della commissione Affari costituzionali del Senato Anna Finocchiaro che non mette piede in tribunale da 28 anni, ma che ha sempre brillantemente superato le valutazioni professionali del Csm. E c’è anche la numero uno della commissione Giustizia della Camera, Donatella Ferranti, che ha smesso di fare il giudice 17 anni fa, ma che quando e se rientrerà nei ranghi della magistratura guadagnerà molto più di prima e ricoprirà ruoli molto più importanti rispetto al passato. Non bisogna essere esperti di leggi, pandette o delle regole che sovrintendono l’ordinamento giudiziario per capire che queste promozioni sono ingiuste. È ridicolo che il Consiglio Superiore della Magistratura in occasione di ogni valutazione delle toghe prestate alla politica certifichi, come è accaduto nel caso della senatrice Finocchiaro, “l’indipendenza, imparzialità ed equilibrio, ma anche capacità, laboriosità, diligenza e impegno dimostrati” dal candidato. È evidente che chi milita in un partito può certamente essere laborioso e diligente (anche se c’è da chiedersi come faccia a stabilirlo il Csm), ma che ben difficilmente può essere definito indipendente.

È vero però che qualche volta i pareri sulle capacità del giudice che fa politica arrivano da chi lavora al suo fianco. Ne sa qualcosa il sottosegretario alla Giustizia, Cosimo Maria Ferri, promosso nel 2015 dopo che il Csm aveva esaminato un parere di 14 pagine firmato dal suo diretto superiore: il ministro Andrea Orlando. La lettera è un florilegio di elogi. E dimostra ancora una volta che il detto “non chiedere all’oste se il vino è buono” dovrebbe diventare una regola universalmente applicata. Orlando il 14 aprile 2014, pur essendosi insediato da appena due mesi, certifica che Ferri ha dato “dimostrazione di eccezionali doti lavorative, organizzative, manageriali e politico-istituzionali”. Che ha “una non comune capacità di conciliare il proprio ruolo politico con la figura di esperto e autorevole magistrato”. Che è dotato di “eccezionali doti umane” sempre sorrette “da uno spiccatissimo senso del dovere e assoluto rigore morale”. Passano tre mesi. Si arriva ai primi di luglio quando in calendario ci sono le elezioni dei nuovi componenti togati del Csm. Il sottosegretario dotato “di assoluto rigore morale” ritiene eticamente giusto che un membro del governo come lui partecipi (di nascosto) alla campagna elettorale. Ma si sa come vanno queste cose. Ferri è stato un importante esponente di Magistratura Indipendente, la corrente conservatrice dei giudici, e ora che sta in via Arenula è ancora più influente di prima. Così comincia a spedire agli (momentaneamente) ex colleghi decine e decine di sms. Il testo: “Per le prossime elezioni mi permetto di chiederti di valutare gli amici Lorenzo Pontecorvo (giudice) e Luca Forteleoni (pm). Ti ringrazio per la squisita attenzione”. Casualmente i due verranno eletti. E faranno parte di quel Csm che gli concederà la promozione. Se chi ci legge vuole provare a fermare questo obbrobrio, firmi come hanno già fatto 27 mila persone la petizione de ilfattoquotidiano.it. La invieremo in Parlamento. C’è una legge sbagliata da cambiare.