Alle nove (ora italiana) del 9 novembre 2016, Donald Trump appena proclamato presidente degli Stati Uniti ha emanato, senza saperlo, il suo primo decreto detto del Rutto Libero. Anche se non si tratta (ancora) di un atto scritto, fermare il corso della storia non si può e non si deve. Infatti, che il giorno della liberazione dal politicamente corretto coincida con la presa di potere di colui che ha fatto dell’offesa contro donne, neri, gay e disabili la sua cifra politica fa ormai parte integrante (e trionfante, diciamolo) dello spirito del nostro tempo. Infatti, ancora increduli giornalisti, politici, conduttori radiofonici e televisivi accompagnati dalla ola di masse festanti, hanno finalmente spezzato le catene che nei tristi anni di Obama li teneva reclusi nella gabbia di un linguaggio che proibiva loro, per esempio, di definire le donne poco piacenti “maiali grassi” (fat pigs), cani (dogs), sciattone (slobs) e “disgustosi animali” (disgusting animals). Adesso il decalogo del merlo maschio si potrà declinare apertamente e senza il minimo ritegno (figuriamoci) poiché come avveniva con gli antichi monarchi, sultani e faraoni chi vince, porca miseria, ha diritto al suo bottino. In attesa di ripristinare lo jus primae noctis, si potrà apostrofare una donna che ha il mestruo con l’espressione che il nuovo padrone dell’America dedicò a una giornalista troppo insistente: spargi sangue da tutte le parti, o qualcosa del genere. Come diceva Abramo Lincoln quando ce vo’ ce vo’.

In Italia, il primo a celebrare la festa della liberazione è stato Alessandro Sallusti, persona normalmente mite e civile che mercoledì sera durante un Porta a Porta dedicato all’avvento del Donald One, forse suggestionato da un balletto propiziatorio di femmine necessariamente scosciate, prorompeva in un grido di sollievo che l’indomani avrebbe compiutamente illustrato sul “Giornale” da lui diretto con accenti riconoscenti: “Trump ha distrutto, spero per sempre, il politicamente corretto, cancro della modernità, ha seppellito i complessi di colpa per non essere chic e buonisti come ci vorrebbe la sinistra”. S’ode a destra uno squillo di tromba ed ecco che al richiamo del novello Conte di Carmagnola subito si uniscono Vittorio Feltri su Libero (“Trump uno di noi: in cabina elettorale, dove nessuno ti vede, fai quel che cavolo vuoi (…) dai la preferenza a Trump e una volta tracciata la croce sul suo nome ti liberi da ogni imbarazzo e fai il gesto dell’ombrello. Tiè”) o il Foglio che celebra l’elegia del “Maschio cacciatore”.

Dunque, liberi tutti: quelli che (proprio come il Vincitore) davanti a un disabile potranno finalmente deriderlo contorcendosi per finta o ammiccare davanti a un gay leggermente sculettando. Poi, con il cinema secondo Trump rivedremo i classici in chiave “scorretta”: “Il pezzo che preferisco di Pulp Fiction è quando Sam tira fuori la pistola a cena e intima alla fidanzata di stare zitta. Dire a quella zoccola di stare calma. Dire: puttana datti una calmata. Amo queste frasi”. È a questo punto che l’homus trumpianus si salda finalmente con l’italianissimo Fantozzi: “Calze, mutande, vestaglione di flanella, frittatona di cipolle, familiare di Peroni, rutto libero!”. Evviva.