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lunedì 28/08/2017

Alimentazione, e ora che posso mangiare? Viaggio nella spesa a zigzag

Dalle verdure alla carne, fino al pesce, il pericolo è sullo scaffale del supermercato: i consigli per una dieta consapevole. E i numeri dello sfruttamento animale. Che per Richard Oppenlander, autore di "Regime Alimentare", è sinonimo di autodistruzione

Gli scandali alimentari degli ultimi anni continuano a destabilizzare la fiducia del consumatore. Adesso tocca alle uova, che sono risultate contaminate dall’insetticida Fipronil, usato negli allevamenti di Belgio e Olanda con una positività che è stata rilevata anche in un impianto di produzione di pasta fresca di Civitanova Marche. Prima è toccato a carne, pesce e verdure. Eventi che hanno spinto a modificare le proprie abitudini a tavola, optando anche per scelte più radicali. Secondo il Rapporto Eurispes 2017, il 7,6% degli italiani segue una dieta vegetariana, mentre i vegani si sono addirittura triplicati passando dall’1% del 2016 al 3%.

Smettere di mangiare animali per l’ambiente

Nel libro Regime Alimentare (Chiarelettere) di Richard Oppenlander, smettere di mangiare alimenti di origine animale è l’unica soluzione per la nostra salute e l’ambiente. “Ogni anno abbattiamo 70 miliardi di animali per uso alimentare – si legge – dieci volte la popolazione mondiale, eppure ignoriamo queste proporzioni. Per produrre un chilo di carne bovina occorrono circa 15mila litri di acqua, mentre il 70% delle foreste pluviali è stato abbattuto o bruciato per lasciare sempre più spazio agli allevamenti intensivi”. Il messaggio è chiaro: ci stiamo autodistruggendo e con noi anche il pianeta.

Gli animali d’allevamento sono pieni di antibiotici, polli e galline vengono stipati in gabbie strette senza alcuna pietà, “la verdura e la frutta possono essere contaminate anche se collocate in stretta vicinanza o mescolate con pollame, carne e uova crude o latte non pastorizzato, perché tutti questi prodotti propagano i batteri”. La pescicoltura? Non se la passa di certo meglio. “Di solito vengono allevati fino a 90.000 pesci in gabbie di trenta metri per trenta”. Per esempio, si legge sempre in Regime Alimentare, gli allevamenti di salmone “sono come allevamenti di maiali galleggianti, come ha affermato un professore della University British Columbia durante una lezione di ittologia. In essi è inoltre diffuso l’uso di antibiotici, come di pesticidi, solfati di rame e alghicidi”. Un quadro rassicurante insomma.

Ma allora cosa dobbiamo mangiare, anzi cosa possiamo mangiare? Per Riccardo Quintili, direttore de Il Salvagente, “la prima regola è quella di variare l’alimentazione, perché nel caso in cui un alimento fosse contaminato, eviteremo di assumere una serie di veleni per lungo tempo”. In sostanza, se mangiamo sempre pasta, con ogni probabilità continuiamo ad assumere gli stessi pesticidi per diverso tempo. Fare la spesa, insomma, oggi richiede molta più attenzione del previsto se vogliamo mettere nel nostro carrello dei prodotti sani. Quello che può fare un consumatore a questo punto è cercare di informarsi il più possibile su cosa sta comprando e, per prima cosa, controllare le etichette, perché “è più facile non scrivere. Ma quando un’azienda dichiara qualcosa – sottolinea Quintili – si prende la responsabilità di quello che scrive. E, se specifica che ci sono uova italiane e fresche, sicuramente è così”.

Da fine 2014, ad aiutare il consumatore italiano c’è la legge europea sulle etichette alimentari: stabilisce che devono essere riportate le indicazioni corrette dei principi nutritivi, del relativo apporto calorico e l’informazione sulla presenza di ingredienti che possono provocare allergie. Insomma, per quanto riguarda la qualità di un prodotto, più l’etichetta è lunga, più l’alimento sarà alterato. Maggiore trasparenza anche sull’origine e la provenienza delle carni suine e bovine, perché va indicata anche la presenza di eventuali carni fresche o refrigerate.

Avere tutte queste informazioni però è faticoso; i più attenti devono districarsi tra indicazioni a volte non di facile comprensione, bufale sempre in agguato e verità sponsorizzate. Per non parlare dei costi: un nucleo familiare con reddito medio deve continuamente prestare l’occhio anche al rapporto qualità-prezzo, il tutto contornato dai allarmi sanitari e pericolo di contaminazioni.

Quindi che fare? Per Quintili “si rischia l’effetto boomerang e sicuramente la cosa più sbagliata è credere che se ogni cosa che ingeriamo è dannosa, allora tanto vale mangiare tutto”. Invece “deve esserci un modo diverso di consumare e scegliere, – spiega – iniziando a cambiare le nostre abitudini, come per esempio mangiare meno carne ma mangiarla meglio, scegliere pasta e legumi, preferire il pesce azzurro, seguire una dieta mediterranea e, soprattutto, farsi domande: chiedersi se un olio extra vergine di oliva italiano possa realmente costare meno di 8 euro”. In questo modo “si possono condizionare anche le scelte delle aziende”. Con un problema: bisogna continuare ad informarsi da soli e molto spesso “c’è poca attenzione in merito, nonostante si tratti di temi a cui la politica dovrebbe dare la priorità”.

Il consumatore diventa co-produttore

Della stessa idea è anche Pierluigi Cocchini di Slow Food. “Approfittano della nostra ignoranza, le pubblicità sono ingannevoli e le persone tendono a fidarsi. Sappiamo tutto di come funziona un iPad e non sappiamo cosa mangiamo. Come cittadini e consumatori – spiega – non possiamo più vivere senza capire come funziona il mondo agroalimentare”. Attenzione, questo non significa che tutto quello che compriamo direttamente dal contadino sia sano, mentre al supermercato è veleno. “I pesticidi si possono trovare anche dall’agricoltore. Il punto – prosegue Cocchini – è che bisogna affidarsi alle filiere serie provviste di tutte le certificazioni e che mettono la faccia in quello che fanno”.

Il nostro non è solo un ruolo passivo, il potere del consumatore in realtà è molto più forte “perché – conclude – siamo anche co-produttori visto che possiamo indirizzare e cambiare la produzione. Se una cosa non ci piace la questione è molto semplice: non la compriamo più”.

di Fabrizia Caputo

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