Chi è Luigi Di Maio? Se lo chiedeva anche il collettivo Terzo Segreto di Satira in un cortometraggio ironico di un anno fa, a cui ha partecipato anche Peter Gomez. Di Maio era tratteggiato come una sorta di creatura programmata ad arte da Gianroberto Casaleggio e Beppe Grillo, un po’ come nella recente (ed esilarante) imitazione di Maurizio Crozza. Quando si parla di 5 Stelle non ci sono quasi mai mezze misure: se sei grillino devi esultare su tutto, se non lo sei devi trattarli tutti come fascisti deficienti. Ed è anche da questi particolari – da questo continuo approcciarsi da tifosi – che si capisce come il Paese Italia non abbia la benché minima speranza.

Luigi Di Maio è stato appena proclamato “capo politico” e “candidato premier” (carica inesistente in Italia) dopo delle “primarie” farlocche e avvincenti come una mietibatti spenta. È stata una gara senza avversari, perché non si sono presentati e perché – se anche lo avessero fatto – avrebbero perso comunque. Da anni il Movimento 5 Stelle ha deciso di puntare su Di Maio. Probabilmente se lo è guadagnato sul campo, laddove il “campo” sono le piazze e i meet up, sì, ma più che altro la Camera dei deputati (di cui è il più giovane vicepresidente nella storia della Repubblica) e in tivù.

Il piccolo schermo doveva essere usato con parsimonia dai 5 Stelle: ben presto si sono però resi conto che, senza talk show, non sarebbero andati lontano. Così, giustamente o no, la selezione l’ha fatta più che altro il tubo catodico. Di Battista ha funzionato ed è diventato l’idolo, ma è un fantasista prestato alla politica: un neo-padre che non vede l’ora di tornare a viaggiare su e giù per il mondo, abbandonando i “Palazzi” che detesta dal più profondo del cuore. Fico, televisivamente, genera sonno e mestizia. Dei Giarrusso e derivati neanche parliamo, per carità di patria e umana misericordia. Non restava che Di Maio, nei confronti del quale l’informazione ha avuto un atteggiamento bipolare.

All’inizio, quando non sembrava pericoloso (cioè vincente) e Renzi pareva destinato a durare decenni come il suo maestro Silvio, ne parlavano quasi tutti bene: preparato, misurato, moderato e magari pure timorato di Dio (o di San Gennaro, vai a sapere). Poi, complici alcuni suoi errori e strafalcioni seriali, è stato trasformato di colpo in un mezzo demente fascista, razzista e ignorante. Un “miracolato”, come lo ha definito Massimo Gramellini sul Corriere della Sera in un articolo contenutisticamente discutibile ma stilisticamente godibilissimo.

Di Maio ci ha messo molto del suo: sul caso Raggi, sull’“abusivismo comprensibile”, sui famosissimi Pinochet nati in Venezuela. Eccetera. Torniamo alla domanda iniziale: chi è Luigi Di Maio? Un democristiano frainteso per grillino? Uno che, a tanti colleghi del Movimento, sta antipatico solo perché è più famoso di loro? Un killer seriale dei congiuntivi? Un ologramma della Casaleggio Associati? Oppure, e più semplicemente, un attivista più bravo e scaltro di altri? Il libro Di Maio chi? di Paolo Picone, che ha frequentato lo stesso liceo a Pomigliano d’Arco, non aggiunge molto e in ogni caso non tratteggia un futuro pericolo eversivo per la democrazia. Di sicuro Luigi Di Maio non è Churchill, ma se la Boschi ha provato a riscrivere la Costituzione e l’alternativa è Salvini, allora vale ogni cosa. La sola verità inconfutabile è che, da sabato scorso in poi, Di Maio si gioca tutto. E con lui il suo Movimento. Se è capace, lo scopriremo; se è un bluff, non tarderemo a capirlo. O ad averne conferma.