La retata romana porta la questione morale nel cuore dei due partiti che hanno appena dato vita al governo: i 5Stelle e la Lega. E questa è la vera novità dell’indagine: che ci siano di mezzo pure esponenti Pd e Forza Italia non è più una notizia. Le responsabilità penali, come sempre, le accerterà il giudice se e quando la Procura le porterà sul suo tavolo con una richiesta di rinvio a giudizio. Quelle etiche e politiche si possono già intuire dall’ordinanza del gip, con le accuse ad arrestati e indagati e con alcuni fatti ritenuti penalmente irrilevanti che però sono politicamente rilevantissimi. C’è un costruttore romano, Luca Parnasi, chiamato dalle giunte Pd Marino e Zingaretti a costruire lo stadio della Roma a Tor di Valle, con una mega-speculazione tutt’intorno. Quando i giochi sembrano fatti, nel 2016 i 5Stelle vincono le Comunali e s’insediano al Campidoglio con Virginia Raggi e la sua squadra. Non sono contrari allo stadio, ma alla speculazione. Dopo un anno di tira-e-molla in Conferenza dei servizi, nel 2017 la giunta Raggi convince la Roma e Parnasi a dimezzare le cubature.

Intanto Parnasi, rampollo di una famiglia di palazzinari abituata – come altre – a ungere le ruote della politica, lubrifica gl’ingranaggi alla vecchia maniera. Non solo a Roma, ma anche a Milano, dove ambisce a costruire lo stadio del Milan. Lì – per tenersi buono, così dice lui, tutto il centrodestra – regala 250 mila euro alla onlus Più Voci, vicina alla Lega di Salvini, che pare l’abbia utilizzata come cassaforte alternativa a quella del partito sequestrata dai giudici dopo le condanne di Bossi e Belsito per la nota rapina di fondi pubblici. Parnasi offre anche una casa a uno del Pd, che però rifiuta: si chiama Pierfrancesco Maran e merita una menzione, in un paese dove i politici che rifiutano favori sono merce rara. Il finanziamento a Più Voci non è illecito, ma non è trasparente perché onlus e fondazioni, anche se legate a partiti, possono schermare i donatori con la scusa della privacy. Poi – sempre per l’accusa – Parnasi promette incarichi professionali per 100 mila euro e procura “buona stampa” (tramite l’eterno faccendiere piduista Bisignani) a Luca Lanzalone, detto Mister Wolf. Avvocato genovese che ha lavorato per Beppe Grillo, Lanzalone è diventato intimo di Casaleggio, che l’ha inviato come consulente prima a Livorno per aiutare la giunta Nogarin a salvare dal crac la municipalizzata dei rifiuti, poi a Roma per assistere la giunta Raggi nel ginepraio dello stadio. Infine è diventato presidente di Acea, il colosso misto dell’acqua e dell’energia, in quota Campidoglio.

E di lì, proprio in questi giorni, consigliava il M5S per le nomine pubbliche. In attesa di capire se Mr Wolf abbia commesso reati (è dubbio che sia assimilabile al pubblico ufficiale o all’incaricato di pubblico servizio), se davvero si fece promettere incarichi da Parnasi, si è posto in palese conflitto d’interessi. E si deve dimettere da Acea, non solo perché si trova agli arresti. Più marginale appare la posizione del capogruppo M5S Paolo Ferrara, accusato di aver chiesto al costruttore un progetto gratuito per il restyling del lungomare di Ostia: un’opera pubblica, non una faccenda privata come quelle contestate invece al consigliere regionale del Pd Michele Civita (la promessa di assunzione del figlio) e dei forzisti capitolini Adriano Paolozzi (25 mila euro con fatture false) e Davide Bordoni (promesse di somme imprecisate). La giunta Raggi, che deliberò lo stadio dimezzato, non è coinvolta: o Parnasi ha trovato le porte chiuse, o non ci ha neppure provato.

Diversamente da altri partiti, M5S e Lega non gridano al complotto togato, all’accanimento giudiziario o alla giustizia a orologeria. Salvini però difende Parnasi, dicendo che è una persona perbene, anche se dalle carte risulta tutt’altro. Di Maio ripete che nei 5Stelle chi sbaglia paga e attiva probiviri. Ma se i due azionisti del governo Conte vogliono dimostrarsi diversi dagli altri, non possono accontentarsi di così poco. Salvini, ora che Parnasi è in carcere per corruzione, deve restituirgli i 250 mila euro versati alla onlus leghista. E pubblicare nomi e importi degli altri donatori. I 5Stelle devono cacciare Lanzalone da Acea, dopo aver preteso l’elenco di tutti gli incarichi professionali ricevuti da quando lavora per loro, per verificare e stroncare altri eventuali conflitti d’interessi. E guardarsi da figure ibride come la sua, destinatarie di ogni genere di attenzione e tentazione. Ma non basta: la maggioranza giallo-verde ha i numeri in Parlamento per fare in modo che scandali del genere non si ripetano, o almeno per renderli più difficili. Come? In tre modi.

1) Riformare la legge Letta che consente ai partiti di occultare i finanziamenti privati fino a 100 mila euro dei donatori che vogliono restare nell’ombra; ed eliminare l’ipocrisia della privacy che copre i foraggiatori delle fondazioni, delle onlus e delle altre associazioni legate a partiti e a singoli politici, aiutandoli ad aggirare l’obbligo di trasparenza sui finanziamenti. Ciascuno può ricevere tutti i soldi che vuole, purché lo dichiari nell’apposito registro in Parlamento, consultabile da tutti i cittadini elettori.

2) Introdurre l’agente sotto copertura che s’infiltri nella PA per testare l’integrità di chi ricopre pubbliche funzioni e di chi vi si rapporta.

3) Varare la legge sui conflitti d’interessi, che faccia tesoro del caso Lanzalone: nessuno oggi può sapere quali incarichi riceve, e da chi, nella sua attività privata, un dirigente pubblico o parapubblico. Una legge seria deve creare un’anagrafe patrimoniale per chiunque tocchi un solo euro di denaro pubblico. Da questi atti si distingue un “governo del cambiamento” da un governo come gli altri.