» Cronaca
sabato 10/12/2016

Discarica di Bussi, “la pm mi disse delle tangenti di Edison ai giudici”

Inquinamento - Secondo la ricostruzione dell’avvocato Di Fulvio è ai giudici sono stati offerti dei soldi, ma la Procura di Pescara smentisce: “Tutto falso”

Nella Procura di Pescara qualcuno sapeva del presunto giro di soldi destinati alla corruzione per il processo Bussi. È questa la tesi che emerge da due sms del 28 novembre 2014, il cui contenuto è stato rivelato ieri dal Fatto Quotidiano, e successivamente pubblicato integralmente dal sito online Prima da Noi. Ecco il testo dei due sms inviati alle 13.40 del 28 novembre: “Edison sta cercando di corrompere i giudici con tangenti me lo ha confermato anche Cristina”. “Hanno offerto soldi ai giudici è stato accertato dalla Procura della Repubblica”. A scrivere è l’avvocato Patrizia di Fulvio. Quel giorno, proprio in un’udienza del processo per l’inquinamento della mega discarica di Bussi, Di Fulvio sta sostituendo il collega Luca Santa Maria che assiste la Solvay, parte civile nel processo. “Brutta storia, se è così la procura deve fare qualcosa…”, risponde Santa Maria.

Quando scrive “procura”, spiega Di Fulvio, il riferimento è in realtà alla pm Anna Rita Mantini e alla conversazione avvenuta durante la pausa pranzo: “La dottoressa Mantini – racconta Di Fulvio – mi disse che Edison stava cercando di corrompere i giudici con tangenti, che avevano offerto soldi ai giudici. Che tali notizie erano certe perché provenivano da fonti attendibili, fidate e verificate. Queste notizie immediatamente dopo mi furono confermate dall’avvocato Cristina Gerardis, la quale aggiunse che le conosceva già da una settimana e aveva ritenuto di riferirle prima ai pm. Il riferimento della dottoressa Mantini era comunque a plurime fonti, ritenute attendibili, certe, fidate e verificate”.

Ricostruzione smentita dai pm che sostenevano l’accusa nel processo Bussi: “Non è vero”. Siamo insomma dinanzi a un muro contro muro di importanza nazionale, considerato che si tratta di un processo di enorme rilevanza, che ha visto tra gli imputati alti dirigenti della Montedison con accuse gravissime, come l’avvelenamento delle acque e il disastro ambientale. Processo che in primo grado si concluse, il 19 dicembre 2014, con l’assoluzione dal reato di avvelenamento delle acque e la derubricazione, da doloso in colposo, del reato di disastro ambientale, con conseguente intervento della prescrizione. Che, di fatto, non portò ad alcuna condanna. I pm sostengono che la ricostruzione dell’avvocata Di Fulvio e del suo sms non è vera. E ovviamente ne prendiamo atto. Ma Di Fulvio continua a sostenere che al contrario, il contenuto dell’sms è vero. E ovviamente ne prendiamo atto. Il punto è che queste due verità non possono coesistere: dovrebbe essere necessario stabilire chi sostiene il falso e perché. Anche la seconda notizia pubblicata ieri dal Fatto ha prodotto lo stesso risultato. L’avvocato dello Stato Cristina Gerardis, abbiamo ricostruito incrociando diverse testimonianze, il 4 dicembre, durante una cena, sostiene: “Circolano 3 milioni di euro per la sentenza del caso Bussi. Me lo ha detto Luciano d’Alfonso”.

Riportiamo la frase nel suo senso logico – ovviamente non letterale – per come ricostruito incrociando ben quattro testimonianze. Interpellato, D’Alfonso non solo ha smentito, ma ha annunciato che il Fatto, e chi vi scrive, “si guadagnerà un fruttuoso contenzioso civile!”. E anche in questo caso: chi dice la verità? Se è vero ciò che dice D’Alfonso, la Gerardis avrebbe mentito dinanzi a ben 4 testimoni. Perché? Con quale scopo? Peraltro, la fiducia di D’Alfonso verso l’avvocato dello Stato Gerardis è tale che, di lì a poco, la volle nel ruolo di direttore generale della Regione Abruzzo.

Terzo muro contro muro: sempre il 4 dicembre, ha ricostruito il Fatto, i pm Bellelli e Mantini erano in uno studio legale romano, dove incontrarono alcuni avvocati delle parti civili, oltre Cristina Gerardis. In quell’incontro – 15 giorni prima della sentenza – avrebbero pronunciato una frase del tipo: “La sentenza è andata… è già stato tutto deciso…”. Interpellati dal Fatto i pm hanno smentito categoricamente anche questa ricostruzione. Siamo quindi a tre versioni opposte su tre. E su tre scenari gravi. O è vero ciò che Gerardis sostiene dinanzi ai commensali – che D’Alfonso le ha riferito di 3 milioni destinati a manipolare la sentenza del processo Bussi – oppure è vero ciò che sostiene D’Alfonso con il Fatto, quando smentisce di aver mai proferito quelle parole.

O è vero ciò che scrive l’avvocato Di Fulvio – che la pm Mantini le riferì di tangenti e che l’aveva saputo da fonti attendibili – oppure è vero il contrario. O è vero, infine, ciò che sostengono alcuni avvocati – che i pm dichiararono il 4 dicembre che per la sentenza era già tutto deciso e che l’avevano appreso da una persona più influente del ministro di giustizia – oppure anche questo è falso.

In un caso o nell’altro un fatto è certo: su un processo così delicato esistono versioni contrapposte riguardo episodi di grande rilievo. Che non possono lasciare nessuna ombra, tanto meno a dieci giorni dal decisivo appuntamento in Corte d’Appello.

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Cronaca
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Il medico: “Su Fortuna uno scempio che mai avevo visto prima”

“In 46 anni di lavoro solo tre volte ho visto casi simili di lesioni interne causate da abusi cronici, ma non ho mai visto uno scempio tale su una bambina”. Tribunale di Napoli, aula 116. Al processo per la morte della piccola Fortuna Loffredo (nella foto), lanciata nel vuoto dall’ottavo piano di una palazzina del Parco Verde di Caivano nel 2014, le parole del ginecologo Giuseppe Saggese sono la sintesi di un orrore senza fine. Saggese partecipò all’autopsia. Uno degli avvocati di parte civile, Angelo Pisani, si sente male. Descrizioni crude di abusi reiterati, che secondo Saggese provocarono nella bambina problemi fisici gravissimi. Sentiti in aula altri due periti e la madre di Fortuna, Domenica Guardato. Durante la sua audizione è stato allontanato il padre della piccola, Pietro Loffredo, che urlava: “Bugiarda”. La Guardato stava sostenendo: “Quando è nata Pietro diceva che non era sua figlia”. Due gli imputati: il 44enne Raimondo Caputo, accusato di aver violentato e ucciso la bambina, e la sua ex convivente Marianna Fabozzi: non risponde dell’omicidio, ma di aver protetto Caputo. La signora Guardato è convinta della colpevolezza dell’uomo, ma non crede alle violenze sessuali: “Mia figlia non ha mai detto niente”.

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