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venerdì 04/05/2018

Data del voto, l’ultima arma di Mattarella contro i partiti

Soluzioni creative - Se lunedì alle consultazioni non gli verrà presentata una maggioranza, il capo dello Stato inizierà a organizzare il ritorno alle urne La scelta è luglio o settembre

Governo di tregua. Governo della non sfiducia. Governo delle astensioni. Al Quirinale scocca l’ora delle “soluzioni creative” per portare il Paese al voto. È questo il senso del comunicato che ieri ha preceduto la direzione del Pd. Una nota per annunciare che il presidente della Repubblica terrà il suo giro di consultazioni lunedì prossimo, e non oggi come è stato paventato nei giorni scorsi. Ma soprattutto per ribadire il suo ruolo di arbitro, lontano da ogni suo possibile coinvolgimento nella contesa interna del suo partito di provenienza, il Pd, una volta archiviata (da Renzi) la possibile trattativa con il M5S.

In teoria, Mattarella dà ancora tempo questo fine settimana per formare un eventuale governo “politico”. Ma fatto da chi? Il cosiddetto terzo forno di Renzi e Berlusconi è stato chiuso dalla ritrovata unità del Pd. Quindi? Dove mai potrebbe andare un pre-incarico a Matteo Salvini? Come fatto trapelare in vista di lunedì, il Colle “vuole una maggioranza”. Non un’ipotesi, dopo due mesi di stallo. Per un pre-incarico al centrodestra, Salvini e anche Berlusconi dovranno dare numeri certi lunedì. Fare l’elenco dei fatidici nuovi Responsabili ansiosi di votare un loro governo. Ci sono? E quanti sono?

Ed è per questo che le valutazioni in corso in queste ore al Quirinale mirano tutte a individuare il percorso migliore per arrivare al voto anticipato.

L’umore sul Colle più alto volge sempre al peggio e non è servito nemmeno l’appello del Primo Maggio, quando il capo dello Stato ha fatto riferimento all’interesse nazionale contrapposto a quelli di parte. Nulla da fare.

I tre blocchi non si sono scongelati e non resta che rassegnarsi alle urne per una nuova legislatura, la diciannovesima.

Sulla scrivania di Mattarella il faldone per un governo di tregua o transizione prevede varie soluzioni per tirare almeno sino alla fine dell’anno, con l’obiettivo di varare la manovra entro il 31 dicembre, scongiurando peraltro l’aumento dell’Iva e l’esercizio provvisorio del bilancio. Sulla carta, però, un tentativo destinato già a fallire. Al momento, infatti, il Colle può contare solo sulla disponibilità del Pd. E poi? I Cinquestelle sono da giorni sulla linea del voto anticipato, contro ogni “pasticcio”. Idem l’altro primo non vincitore, Matteo Salvini, leader del centrodestra.

Ed è per questo che si sta studiando una formula da proporre lunedì alle varie delegazioni. Cioè: non chiedere il sostegno ma quantomeno l’astensione o non sfiducia, in base al precedente storico del 1976, durante la fase della solidarietà nazionale tra Dc e Pci. Stavolta il Colle, in particolare a M5S e Lega, chiederà una solidarietà nazionale per non far scivolare subito il Paese verso le urne. E la loro astensione, senza un impegno diretto, potrebbe essere la soluzione ideale.

Ovviamente per un’operazione del genere il nome del premier dovrà essere quanto più neutro possibile. Un grand commis al di sopra delle parti da pescare in una rosa che prenderà forma domenica prossima.

Il modello è quello gettonatissimo di Sabino Cassese, giurista ed emerito della Consulta. Ma non si esclude una “sorpresa” attrattiva per il mondo pentastellato. In caso (remoto) di successo, il governo di tregua o della non sfiducia consentirebbe di chiudere anche la finestra elettorale d’autunno e di arrivare a fine anno. A quel punto approvata la manovra, inizierà il conto alla rovescia per le urne.

Con una variabile non secondaria: nel patto nazionale che Mattarella offrirà lunedì ai partiti è compresa una loro eventuale disponibilità a cambiare la legge elettorale, ché il rischio, ovviamente, è quello di avere un nuovo quadro di stallo dopo un altro voto con lo sciagurato sistema misto del Rosatellum.

E se invece, lunedì, il capo dello Stato dovesse verificare l’impossibilità di una maggioranza attorno al governo di tregua?

Allo stato, al Quirinale ci sono due opzioni. Una decisamente hard, l’altra più mobida. La prima prevede un scioglimento repentino, già la prossima settimana, e le urne a luglio, 8 o 15, con Gentiloni ancora premier a Palazzo Chigi. La seconda comporta comunque un governo sfiduciato di tregua che arrivi alla fine dell’estate e prepari il Paese al voto a settembre. La data è quella del 23.

Una crisi mai vista e vissuta nella storia della repubblica.

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