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sabato 09/07/2016

Dallas, 50 anni dopo Kennedy: parabola di un sogno sprecato

Diritti civili - Il presidente liberal nel ‘63 e la polizia ieri. Obiettivi di complotti e fanatismi che non passano

Dallas è di nuovo il luogo di un complotto di sangue che finisce all’istante con la morte dell’oscuro assassino? Cinque poliziotti, come John Kennedy, uccisi da un solo tiratore perfetto di cui non sappiamo nulla e che viene eliminato subito, addirittura con robot esplosivo. Dall’America ci stanno piovendo addosso notizie tragiche che ci aspettavamo: la polizia bianca spara a neri innocenti e indifesi. E notizie tragiche che non ci aspettavamo: i neri sparano con modalità di guerriglia contro la polizia. Anzi, uno solo. Ma alla fine della conferenza stampa, il capo della polizia di Dallas non ci ha detto se bianco o nero. Dobbiamo aspettare una storia, e non sappiamo se sarà vera.

Le strade per tentare di capire sono tante e profondamente diverse. Indispensabile, prima di tutto, un contesto, anch’esso discutibile benché composto di incontrovertibili fatti. Il primo è l’imminente termine del mandato presidenziale di Obama. Questa frase è l’unica cosa certa di ciò che sto per dire. Un senso di abbandono (con forti venature di delusione) invade il popolo nero d’America e tutta l’area multiculturale che ha condiviso e sostenuto l’avventura del primo presidente nero.

Ho detto forti venature di delusione perché il capolavoro di Obama (essere il presidente di tutti, non il presidente nero dei neri) ha pesato molto su speranze e attese delle minoranze di un Paese che, nei governi locali e municipali, nelle scuole, nei posti di vita e di lavoro, non era pronto né incline al grande progetto d’integrazione razziale che il presidente stava disegnando e realizzando.

Ma c’è una parte, forte ed estranea alla rivoluzione di Obama, che conserva un nocciolo duro di vendetta. Finora era difficile da esprimere, dato il successo del presidente, ma proprio per questo era ed è forte il desiderio di ripagarlo, mostrando che il suo successo non dura. Infatti è esploso come un proiettile quando si è trovato un corpo estraneo alla politica, Donald Trump, miliardario capace di proteggere l’idea della vendetta bianca con la sua potenza economica e la sua aggressività disturbata. Sia chiaro: Donald Trump non ha inventato la realtà.

L’odio bianco esisteva, Il razzismo non è mai stato indebolito dal modo generoso e intelligente di governare di Obama. Di qui la delusione dei neri. Ma Donald Trump ha visto e reso più vasta e inevitabile la contrapposizione che si stava creando fra delusione dei neri e vendetta razzista. E si è preso il gusto di farla crescere molto al di là delle pur pericolose e repellenti quantità dei giacimenti culturali di razzismo e di xenofobia.

Una serie di fatti stava intanto accadendo nelle strade di piccole e grandi città americane: la polizia bianca spara ai neri senza pretesti o ragioni. È bene ricordare ai lettori che la polizia americana di cui stiamo parlando è sempre polizia locale, che dipende da un governatore, da un sindaco, da uno sceriffo. Perciò rappresenta in modo attendibile l’umore razzista, latente ma profondo di molti luoghi americani, senza però rappresentare il Paese. Ma il nodo di ciò che sta accadendo è molto intricato e subirà parecchie conferme, smentite e interpretazioni diverse, nei prossimi giorni.

È bene ricordare che la polizia spara prima di Trump, mentre il Paese sembrava pacificato e intento a un lavoro comune che ha dato grandi risultati, come le cure mediche per tutti e la disoccupazione sotto il livello storico del 5%. Gli episodi di polizia, che a uno a uno sembravano dolorosi in luoghi remoti dei vastissimi Stati Uniti, hanno cominciato a disegnare una politica locale diversa dalla politica nazionale.

E comportamenti di rappresentanti di istituzioni che non le assomigliano affatto. Il distacco fra parti diverse di un Paese che vanta prima di tutto la tenuta unica al mondo della sua diversità, comincia ad apparire come un evento possibile. È una rivoluzione che scuote il Paese. E continua.

Un sociologo dei rapporti fra polizia e comunità potrebbe narrarci una storia a parte. Da un lato il comportamento selvaggio della polizia (di certe polizie, in certe città) si espande perché, a causa del terrorismo, si sta verificando il fenomeno pericoloso della militarizzazione delle polizie locali. Gli agenti sono soldati, hanno altre armi e altre regole d’ingaggio.

I soldati sparano. La polizia militarizzata spara. Dall’altra, la polizia si fa rigida e diffidente (o meglio: indifferente) a causa della lotta (che il popolo bianco sostiene più della lotta al terrorismo) contro l’immigrazione. Se questa fosse un’accettabile spiegazione di ciò che sta avvenendo mancherebbe l’evento che ha appena stravolto l’America e il mondo: nella stessa città in cui mani mai identificate hanno sparato a John Kennedy, qualcuno, dai tetti o da finestre alte, mira con precisione e abbatte agenti di polizia, alcuni morti, alcuni feriti.

Subito lo sparatore viene trovato e ucciso. Poiché le modalità sono identiche, si ripropone la stessa domanda senza risposta: chi ha sparato, perché, per conto di chi? Questa storia continua, nella più paradossale delle situazioni: l’America sta attaccando l’America.

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