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giovedì 04/05/2017

Inchiesta Infront, “così Galliani & C. si sono spartiti i diritti del calcio”

Poco rigore - Le accuse della procura di Milano alla lobby del pallone: “Intascano i guadagni delle partite in tv”. Coinvolto l’ex ad del Milan
Inchiesta Infront, “così Galliani & C. si sono spartiti i diritti del calcio”

Finalmente un po’ di nebbia si dirada attorno alla maxi-inchiesta milanese sui diritti televisivi del calcio. Indagine nata da un filone sul riciclaggio in Svizzera da parte di un nutrito gruppo di italiani attraverso la società Tax & Finance e poi tracimata nel mondo del calcio. Un affare enorme da 1,5 miliardi l’anno, che, secondo gli atti dell’accusa, dal 2009 e fino al 2015 è andato a ingrassare le tasche di un gruppo di persone. Per la procura è un’associazione a delinquere. Non per il gip che ha respinto tre richieste di arresto derubricando il castello messo in piedi dalla Finanza a semplice lobby. Questo deve essere l’imprescindibile punto di partenza.

Di tutt’altro avviso, la procura che nel chiedere l’arresto di Marco Bogarelli, per anni mente di Infront Italy, l’advisor dei diritti in Lega Calcio, del manager Giuseppe Ciocchetti e di Riccardo Silva, il re mida dei diritti sportivi rivenduti all’estero, ha parlato esplicitamente di associazione a delinquere della quale, tra gli altri, fanno parte l’ex ad del Milan Adriano Galliani e il presidente del Genoa Enrico Preziosi. “Si tratta – si legge a pagina 5 della richiesta – di un’associazione a delinquere in grado di interporsi fin dal 2009 tra le squadre di calcio, cui spettano gli ingenti benefici della commercializzazione in Italia e all’estero dei diritti audiovisivi, e il mercato, per appropriarsi illecitamente e clandestinamente di una fetta consistente di questi.

L’associazione ha operato (…) giovandosi del ruolo fondamentale di Infront Italy”. La regia di Infront, va detto, fino alla fuoriuscita di Bogarelli, è decisiva “avendo ricoperto il ruolo di finanziatore occulto dei club con l’utilizzo di fondi neri costituiti presso le società di Silva”. In sostanza, è il ragionamento della procura che non pare, però, aver convinto il giudice, Infront foraggiava le squadre di calcio (il Bari e il Genoa ad esempio) “attraverso falsi contratti di sponsorizzazioni o finanziamenti personali”. Un bel trucchetto con il quale le società, negli anni, hanno potuto alterare i propri bilanci ingannando i vari organi di vigilanza.

Nel capitolo dei finanziamenti occulti, un ruolo decisivo, secondo l’accusa, viene ricoperto da Silva, il quale, addirittura, viene definito “il tesoriere dell’associazione”. Scrivono i pm: “In questo senso è molto chiara la vicenda del finanziamento di 15 milioni di euro al Genoa, che Silva corrisponde a Preziosi (su richiesta di Bogarelli e Ciocchetti) a fondo perduto”. Non solo, l’assegnazione delle gare con il trucco, ragionano i pm, porta in tasca a Silva molti soldi “con evidente danno alla Lega”. Scrivono i pm: “In una battuta scambiata con Lotito, il proprietario del Napoli Aurelio De Laurentis parla di un miliardo e mezzo di euro che si mette in tasca Silva”. Le accuse associative contestate (e bocciate dal gip) vanno dalla turbativa d’asta, alla truffa aggravata fino all’autoriciclaggio sul quale i pm insistono molto contestando la veridicità di alcune notizie alla base delle voluntary disclosure fatte da Bogarelli e altri. Un elemento decisivo che se confermato potrebbe aprire nuovi scenari investigativi. Ma certo ciò che impressiona sono, lo si legge nella richiesta di arresto, i “rapporti e gli interessi comuni tra Bogarelli e Galliani”, quest’ultimo al momento non risulta indagato. In particolare “emerge la condivisione di strategie comuni che coinvolgono il mondo del calcio” legate soprattutto “al perseguimento di interessi economici e della loro tutela”.

I due, intercettati nel marzo 2015 discutono dell’acquisizione del 49% del Milan da parte di Mr Bee (“Vediamo cosa fa, stasera ho parlato con Marina”, dice Galliani) “svelando una sfera di interessi finanziari nascosti e comuni”. E ancora in un’altra telefonata “stigmatizzano il comportamento del presidente della Juventus”. “Basta Agnelli”, dice Bogarelli. “E lo so – risponde Galliani – ma come si fa a fermarlo”. “Lo so – dice l’altro –. Ma in Lega qualcuno dovrà dire qualcosa”. E Galliani: “L’arroganza è cosa della Juventus (…) Ma io la botta gliela do, sarà nella ripartizione dei diritti televisivi”. Il riferimento non è a caso, visto che, secondo i pm, in Lega c’erano tre blocchi. Il primo, Juve e Roma, osteggiava Infront. Un secondo (Lazio, Genoa, Bari, Brescia e Milan) era a favore. E un terzo che, “pur non risultando prova sulla sua consapevolezza della gestione illecita di Infront non fa” comunque “mancare il proprio voto”. Di questo blocco fanno parte anche Inter e Fiorentina che “ricorrono a favori finanziari di Infront”. Tant’è che i pm scrivono: “Può affermarsi fondatamente che tutte le gare nelle quali la Lega si è avvalsa della collaborazione di Infront sono state manipolate”. E che gli indagati fossero consapevoli di queste manovre lo mostrano vari passaggi di intercettazione in cui più volte si ripete la frase: “Ci mettono in galera”.


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Bondi e Gnudi nei guai

“No all’archiviazione” Il gip: nuove indagini sui commissari Ilva

Il gip di Taranto, Vilma Gilli, ha respinto la richiesta di archiviazione dei pm e ha disposto nuove indagini su Enrico Bondi, commissario Ilva dal giugno del 2013 al giugno del 2014, Piero Gnudi, commissario dal 2014 a tutt’oggi, e degli ex direttori dello stabilimento Antonio Lupoli e Ruggero Cola, per getto pericoloso di cose e gestione dei rifiuti non autorizzata. L’inchiesta, avviata tre anni fa, mira ad accertare la sussistenza di reati connessi all’inquinamento e la corretta attuazione del piano ambientale in epoca successiva al commissariamento. Il gip ordina ai pm di “verificare, attraverso una indagine tecnica a mezzo dei custodi giudiziari, quali e in che percentuale sono state le prescrizioni previste dal Piano (Dpcm 2014) attuate da Ilva in amministrazione straordinaria sino al 31 luglio 2015”. Poi si chiede di “comparare tali dati con quelli elaborati dai consulenti di parte per evidenziare le eventuali discrasie” e di “indicare se e quali siano state le ragioni giustificatrici di eventuali ritardi”. Per il gip “le indicazioni fornite dai custodi giudiziari non consentono di comprendere, quali e quante fossero le prescrizioni del Piano costituenti l’80% da attuare”.

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