S’apre la crisi dell’Immacolata (non madonna Boschi, ma l’Originale) e le due espressioni chiave che filtrano dal Quirinale sono queste: “terra di nessuno” e “dinamica delle consultazioni”. Ancora una volta, nel giro di tre giorni, Sergio Mattarella ribalta il metodo dirigista del suo predecessore togliattiano, e affronta con piglio notaril-democristiano la prima crisi del suo settennato. Tutto si compie alle sette della sera, quando termina la grottesca direzione del Pd. Matteo Renzi sale in auto, al Nazareno, dove a Roma si trova la sede nazionale dei dem, s’annoda la cravatta e arriva al Quirinale qualche minuto dopo.

Nella versione del Colle, il premier non ha parlato tanto e soprattutto non ha fatto nomi, compreso il suo per un eventuale reincarico, tema che ieri ha monopolizzato tutte le conversazioni tra Palazzo Madama e Montecitorio a causa delle pressioni dei falchi renziani che non vogliono mollare Palazzo Chigi. Apparso più tranquillo e disteso, rispetto alla “poca lucidità” di lunedì scorso, Renzi ha trasmesso al Colle la sensazione di lasciarsi aperte tutte le porte. Un atteggiamento che non ha meravigliato più di tanto: il premier dimissionario è noto per la sua velocità ma anche per avere un metodo a geometria variabile in base alle sue convenienze tattiche del momento. E forse anche per questo, il capo dello Stato ha accentuato il carattere partitico delle consultazioni che cominceranno oggi: ben ventitré delegazioni parlamentari alla faccia del bipolarismo e di quanti dicevano che il No rappresentava un ritorno alla Prima Repubblica del proporzionale.

In pratica, è convinzione di Mattarella che “la dinamica delle consultazioni” cambierà la scena in alcune forze politiche. Principalmente due. La prima, ovviamente, è il Pd, il partito di maggioranza relativa. Per prassi, Renzi, da presidente del Consiglio uscente, non parteciperà all’incontro in programma sabato 9 alle cinque della sera, l’ultimo dello sterminato calendario diffuso dall’ufficio stampa del Quirinale. Al capo dello Stato, il premier ha riferito di avere il Pd dalla sua parte, un’affermazione che però ha suscitato più di una perplessità nel suo autorevole interlocutore. Per un semplice motivo: il Colle non considera il governo istituzionale a guida Grasso o Padoan un diversivo tattico come invece lo intende Renzi, sicuro che il tentativo di un governissimo è destinato a sbattere. Anzi, nelle valutazioni fatte in queste ore da Mattarella, prima e dopo le dimissioni delle sette di ieri sera, un esecutivo che porti a termine l’immane compito di fare la nuova legge elettorale ha già tre pilastri potenziali. Due sono nel Pd e riguardano le rispettive correnti di due ministri: i cattolici di Dario Franceschini e i giovani turchi di Andrea Orlando. Ecco dove “la dinamica delle consultazioni” potrebbe dare un’evoluzione alla crisi e mettere delle bandierine iniziali in quella “terra di nessuno” riaffiorata ieri.

Il terzo pilastro ha il nome di Silvio Berlusconi, il leader ottuagenario di Forza Italia, che sabato prossimo dovrebbe far parte della delegazione azzurra al Quirinale. Rispetto a grillini e fascioleghisti, Berlusconi non è così eccitato dalle elezioni anticipate al più presto possibile. Certo, quel che resta del suo partito a livello parlamentare detesta Renzi con tutte le forze, ma la prospettiva di non far maturare il sospirato vitalizio può essere un ottimo propellente per tirare avanti fino all’autunno prossimo in attesa della legge elettorale. Beninteso che, in cambio del sostegno al governissimo, l’ex Cavaliere porrebbe due condizioni: no a un Renzi bis e accordo sul proporzionale, l’unico sistema che gli consentirebbe di non rompere con Salvini e allo stesso tempo di vagheggiare larghe intese antigrilline nella nuova legislatura.

In ogni caso, Mattarella, a partire dalle 18 di oggi sarà impegnato in una estenuante tre giorni di consultazioni. Apriranno i presidenti di Senato e Camera, Grasso e Boldrini, poi l’Emerito Napolitano e infine sigle e sigle di formazioni parlamentari sconosciute persino agli addetti ai lavori come l’Al-p, ossia Alternativa Libera Possibile del gruppo misto della Camera. Ancora: Svp, Udc, minoranze linguistiche, l’Unione sudamericana degli emigrati italiani, Fare-Pri, il Movimento Partito Pensiero e Azione, il Psi e il Pli, Democrazia Solidale-Centro democratico. In realtà le sigle sono più di ventitré perché nel Gal (che nelle delegazioni vale per uno) ci sono altri sette acronimi. Oggi la partitocrazia è una matrioska infinita.