Il primo ricordo sono le sue scarpe: Clark marron. Non le cambiava praticamente mai, estate e inverno. E dire che le consumava parecchio, quanto nessun altro di noi. Su e giù nei corridoi della redazione col telefono pizzicato fra l’orecchio e la spalla a chiacchierare con questo e quello per carpire notizie. Su e giù per l’Italia a curiosare come ogni giornalista dovrebbe fare. Un anno fa, la notte del 6 aprile 2016, verso le 2 di notte, mi avvertivano che Emiliano Liuzzi stava molto male. Ero in pigiama, mi rivestii di corsa, lo raggiunsi, ma non feci in tempo. Quando arrivai se n’era già andato. A 46 anni. Descrivere quanto ci manca sarebbe impossibile, e anche un po’ retorico. E lui, che per le sfide impossibili c’era sempre (come quando, sul Corriere di Livorno, pubblicò la lista dei massoni della città e, sul Fatto, intervistò il pentito della banda della Magliana Maurizio Abbatino), per la retorica non c’era mai. Poche parole sussurrate appena, un’occhiata azzurra di sbieco, un sorriso a mezza bocca (l’altra mezza era occupata dalla sigaretta) e via. Da un anno non lo vediamo e non lo leggiamo più, ma sentiamo che da qualche parte continua a lavorare per il Fatto. Gratis.