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venerdì 07/07/2017

Ammettetelo: a Renzi, ‘preferite’ persino Berlusconi (e Salvini)

Cari lettori del Fatto Quotidiano, e in quanto tali persone criminose e sommamente empie, ammettetelo: “preferite” Berlusconi a Renzi. Certo, la frase è in sé un nonsense: essendo la stessa cosa sarebbe come dire “preferite la mela alla mela”, il vino al vino o Michelle Pfeiffer a Michelle Pfeiffer. Per questo andremo oltre, asserendo che – in un parossismo di nequizia – “preferite” financo Salvini a Renzi.

D’accordo, la prospettiva non è allettante. Sarebbe più o meno come scegliere tra un concerto dei Modà a Radicofani, pagando 800 euro per vederlo da una panchina di chiodi, e un film di dodici ore sulla vita di Nardella, magari con la regia di Valerio Scanu e la colonna sonora (unplugged xilofono solo) di Vecchioni. Fortuna che esiste l’astensione: probabilmente, tra Berlusconi e Berlusconi (cioè Renzi) o tra Salvini e Renzi, ve ne stareste a casa.

Come non capirvi. Eppure, se vi costringessero con una pistola o una Picierno alla tempia, è tutto da dimostrare che correreste in soccorso del Pd “per scongiurare il trionfo della destra”. Già solo questo dimostra come il “Postulato di Don Zucconi”, secondo cui Renzi sia da votare in quanto “alternativa unica al populismo”, venga rispettato giusto nella redazione di Repubblica (e neanche all’unanimità).

Voi direte: “Eh, ma a Milano ha vinto Sala proprio in quanto meno peggio dei berlusconiani”. Vero, anche se andrebbe premesso che Sala è più berlusconiano di Parisi. Una Milano non fa però primavera, ed era comunque un anno fa. Pensate alle ultime amministrative: in molte roccaforti di sinistra o quasi-sinistra, ha vinto (di colpo?) il centrodestra. Come si spiega? Con candidati meno respingenti, certo. Ma pure con quello che è il “Fattore MSSC”.

Alberto Ronchey aveva codificato il Fattore K. Con Renzi siamo oltre. Edoardo Novelli ha parlato su queste pagine di “Fattore A”: fattore Antipatia. Di più: ormai siamo al Fattore MSSC, acronimo di “Mi Sta Sul” (la “C” potete immaginarla). Ecco il vero capolavoro di Renzi e derivati: avere raggiunto un grado così elevato di antipatia da far sembrare chiunque – ma proprio chiunque – migliore di loro.

Martedì scorso In onda ha mostrato su La7 un sondaggio: in neanche tre anni, Renzi è sceso nel gradimento italico dal 61 al 27%. È ancora “il più amato tra i politici”, a conferma di come ci sia speranza per tutti (tranne che per l’Italia), ma la sua è una slavina. In studio c’era il rutilante Rosato, con quei bei capelli pittati a caso con l’Uni Posca: ha provato a negare la piena veridicità del sondaggio, confermandone dunque la totale valenza. Renzi sta dimostrando una capacità prodigiosa di dilapidare un consenso tanto immeritato quanto labilissimo. Già con Veltroni e poi Bersani, con la contemporanea crescita del M5S, stava venendo meno la favoletta del “meno peggio”: i delusi di sinistra, lentamente, cominciavano a staccarsi dal Partito Democratico.

Chi non votava più, chi si affidava ai Pizzarotti, chi si iscriveva al Fan Club del Cinghiale Babirussa. Ora, con Renzi, siamo alla leggenda: ai ballottaggi, quando non si astengono, tanti elettori non berlusconiani accorrono in massa a votare. Con l’unico intento di sfanculare Renzi. Per carità, non capita sempre: parliamo di una tendenza, non di una regola ferrea. Non asseriamo poi che tutto questo sia condivisibile: ci limitiamo a dire che sta accadendo. Sempre di più.

Più i Fiano&Romano affollano il piccolo schermo, più crescono i detrattori del Pd. Vale per quasi ogni renziano mediaticamente noto, sia esso ministro, parlamentare o supporter: in confronto a loro, Mara Carfagna assurge a Nilde Iotti. Gran bella impresa. Nel 2014 Renzi ha vinto le Europee: da allora, il diluvio. Sconfitta al 2015, con candidate-Tafazzi tipo Moretti e Paita che hanno trasformato Zaia in Adenauer e Toti in Churchill.

Emblematico il caso Arezzo, città (anche) della Boschi: la ministra, allora intoccabile o quasi, benedisse un ameno Playmobil dal carisma diversamente fiammeggiante che andava in tivù garantendo (minacciando) di governare dieci anni. Epico il risultato: al ballottaggio una flotta di aretini di sinistra, pur di non avere quello lì sindaco, votò in massa il candidato berlusconiano. E ne festeggia tuttora la vittoria.

Sensazionale pure il 2016: prima Roma e Torino, poi la Waterloo sublime del 4 dicembre. Ancora schiaffoni nel 2017. Un calvario tragicomico e continuo. Come si spiega? Con la smisurata pochezza di Renzi. Con la natura centro-destrorsa di questo paese. Ma è anche e soprattutto colpa vostra, cari lettori sfascisti del Fatto: quello lì vi sta così sugli zebedei che, pur di vederlo perdere, votereste qualsiasi cosa. Un rododendro. Un pisciacane. Persino un Gasparri. Ammettetelo.

(P.S. Su Gasparri scherzavo).

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