Pubblichiamo stralci dell’epilogo del libro “Il Fatto Personale” in uscita oggi

Questo libro è cominciato dalla fine e si conclude dal principio. Tra le tante domande che mi faccio appena lascio palazzo Grazioli, dopo la cena con Silvio Berlusconi ce ne è una particolarmente insistente: perché insieme al vino che gli ho versato e all’olio che gli ho passato non ho distillato neppure una goccia degli estrogeni d’indignazione con cui ho nutrito centinaia di miei articoli su di lui? Comincio a darmi delle risposte, come in tutta la mia vita, declinate in una sorta di scissione psicologica, morale e chissà cos’altro. Avrei dovuto avvitarmi in un comizietto del tipo: lei è la rovina dell’Italia? Sarei stato ridicolo anche perché ho ben presente una frase di Marshall McLuhan: “L’indignazione morale è una tecnica utilizzata per dotare l’idiota di dignità”. D’altra parte, nell’era dell’opportunismo globale siamo circondati da spiriti brillanti che ci rammentano a ogni pie’ sospinto che la coerenza è la virtù degli imbecilli, che solo i paracarri non cambiano idea, che il patriottismo è l’ultimo rifugio delle canaglie. Capisco che il moralista sgomento davanti alla decadenza dei costumi è figura alquanto deprimente, ma per favore evitiamo, per il gusto di épater le bourgeois, di innalzare monumenti equestri ai ladri.

A pensarci bene, se ho considerato Berlusconi un nemico e se mi son arruolato nell’esercito che lo ha combattuto per un ventennio, il motivo non è certo il parrucchino, i tacchi alti o la sua insopportabile lagna anticomunista. E neppure la sua storia di tycoon privo di scrupoli. Oppure, l’inclinazione a ungere le ruote della legge. Mi dispiace ma il successo altrui non riesce a indignarmi. Per dirla tutta, davanti a una banca svaligiata con fantasia e perizia e a certi gangster di talento provo una forma di ambigua ammirazione. Perché, alla fine, ciò che salta agli occhi, ciò con cui dobbiamo fare i conti, ci piaccia o no, è l’impero che lui ha costruito, la fortuna che lui ha accumulato, il potere che lui è stato in grado di esercitare. E poi non ho mai creduto alle forze del bene (noi) contrapposte a quelle del male (lui e quelli come lui). Non ce l’ho particolarmente con ciò che Berlusconi è o possiede. Mi sono ritrovato a sinistra perché mi fa sinceramente orrore ciò che il berlusconismo ha provocato nella testa delle persone. […]

Se poi vogliamo parlare dell’opportunismo della sinistra, forse è ancora più grave perché si ammanta di un’inesistente superiorità morale. C’è un libro che sono tornato a sfogliare dopo molti anni: l’autobiografia di Arthur Miller Svolte. La mia vita. Siamo in America negli anni bui del maccartismo e il grande commediografo sta per essere interrogato dalla Commissione per le attività antiamericane, covo della caccia alle streghe. Steso tra due sedili sull’aereo per New York mezzo vuoto, Miller riflette sulla sua vita che non riesce a capire sino in fondo. “Mi trovavo in uno di quei periodi dell’esistenza in cui i ricordi dei momenti d’incertezza ritornano alla mente carichi d’interrogativi senza risposta”.

Miller descrive una sinistra immersa in un’atmosfera di attesa miracolistica, atmosfera molto gradita al moralista passivo (questo è il punto), sicuro di poter raggiungere la salvezza attraverso la verità: “Un atteggiamento, questo, vecchio quanto la teologia di San Paolo e seducente quanto la tesi della salvezza solo per fede”. Poi, l’attacco contro le persone anche di talento ma troppo pigre per sfruttarlo fino in fondo e che preferiscono tirare avanti addossando al sistema la colpa della bruttezza della sua produzione. “La verità era che io ero sempre stato convinto che un uomo in gamba potesse farcela, società capitalistica o no”. Diciamo la verità, per troppo tempo la sinistra ha lucrato sul format del capro espiatorio. Ogni tanto dovremmo rileggere Edmondo Berselli. “Si individua un nemico vero o virtuale – gli immigrati, i clandestini, i fannulloni della Pubblica amministrazione, i clienti delle prostitute – e lo si etichetta esponendolo alla pubblica opinione. È un format che rassicura ed esorcizza. Infallibile perché sgrava la coscienza.

C’è un’altra Italia a cui dare la colpa di tutto. Un’Italia fortemente minoritaria, insignificante rispetto ai 60 milioni di brave persone. Il contenuto populistico del format è fortissimo perché inibisce qualsiasi distinguo. Semplificazioni demagogiche che creano consenso. Scorciatoie che mobilitano risorse emotive nella società, antidoto al nichilismo, allo sradicamento morale e all’assenza di senso caratteristica dell’età contemporanea”, scrive Berselli. Cosa c’entra l’opportunismo di sinistra con tutto ciò che ho cercato di raccontare? C’entra, perché ho vissuto anche quel periodo di pessimo giornalismo, che non era giornalismo ma pedagogia d’accatto, come se il nostro lavoro non consistesse nel raccontare fatti ma nel sentirci migliori. […] Mescolate il tutto, servitelo con la necessaria indignazione elevata fino all’acrocoro di superiorità morale da dove guardare al resto dell’umanità e capirete perché quei giornali e quel giornalismo, saranno comprati e letti sempre di meno, fino a esaurimento.

Qui gli stralci del capitolo dedicato a Charlie Hebdo nel libro “Il Fatto Personale”