Prima i numeri. Uno studio di Bankitalia conferma che – Anno Domini 2018 – cala ma resta ancora “consistente” il divario di ricchezza di genere: in Italia gli uomini hanno una ricchezza netta individuale superiore del 25% a quella delle donne, il doppio della Francia. L’Osservatorio dell’Inps ci dice poi che su 10,19 milioni di pensioni femminili, gli assegni inferiori a mille euro sono 8,7 milioni; gli assegni fino a 500 euro sono 2,8 milioni a fronte degli 1,7 per gli uomini. Dunque le donne sono più povere, sia durante la vita lavorativa che dopo. Intanto un dossier dell’Uvi/Senato fa il punto definitivo – a un mese dal voto! – sul numero delle elette: 334, di cui 109 al Senato e 225 alla Camera. Rappresentano il 35 per cento circa dei parlamentari, “la più alta percentuale finora registrata nella storia della Repubblica”.

Tutto bene? Mica tanto: “Il confronto tra il numero delle candidate (4.327, il 45 per cento circa dei posti in lista) e quello delle elette nei due rami del Parlamento (il 35 per cento, appunto) mostra come le donne abbiano avuto più difficoltà degli uomini a conquistare un seggio”. Dodici candidati uomini su 100 sono stati eletti. Tra le donne, il rapporto scende a 8 su 100: il 92 per cento delle candidate non ha superato la prova dell’urna. La differenza è particolarmente evidente nei collegi plurinominali, sia al Senato che alla Camera: “al 48 per cento di candidature femminili corrisponde al Senato il 32 per cento di elette, mentre alla Camera è il 36”. Questo grazie al giochino delle pluricandidature, a cui molte candidate si sono prestate nonostante i proclami sul 40 per cento di rappresentanza che avremmo avuto con il Rosatellum delle meraviglie.

Da anni è in corso un dibattito che potremmo riassumere in quantità versus qualità. Molte donne hanno orrore delle quote rosa e di tutti i meccanismi che impongono (meglio: aspirano a) la parità di genere. Domenica Maurizio Molinari, direttore de La Stampa, ha firmato un editoriale in cui auspica l’avvento di una donna a Palazzo Chigi. “L’impasse in cui ci troviamo nella formazione del governo rischia di moltiplicare lo scontento. Serve un elemento coagulante per mantenere il fattore entusiasmo – a prescindere dal partito che guiderà l’esecutivo – e nulla può avere tale impatto quanto la prima donna premier dalla nascita della Repubblica. Potrebbe trasformare l’entusiasmo per il voto in entusiasmo per il governo, contribuendo a rafforzare la credibilità delle istituzioni rappresentative in una stagione segnata dal loro indebolimento”.

Il direttore motiva le ragioni (economiche, strategiche, internazionali) per cui una donna al governo farebbe bene al Paese, ma è la premessa che non convince. Manca un aggettivo: giusta. Per fare un nome che gira: Emma Bonino è donna, ma ha perso le elezioni (nonostante l’attenzione esagerata dei giornali durante la campagna elettorale) e non potrebbe mai incarnare il desiderio di rinnovamento uscito dalle urne. La scelta di una donna sarebbe benvenuta, ma non a tutti i costi. Molte (e molti) hanno festeggiato l’elezione di Maria Elisabetta Alberti Casellati alla guida del Senato, la prima volta nella storia repubblicana. Basta indossare la gonna per dimenticare Ruby nipote di Mubarak e l’appoggio alle leggi vergogna? La presidente del Senato, nel 2013, marciò sul Palazzo di Giustizia di Milano, con l’allora segretario senza quid Alfano, contro le toghe che volevano eliminare Berlusconi per via giudiziaria. Onestamente avremmo preferito un presidente del Senato con una biografia diversa. Donna o uomo non importa. Il tema degli equilibri di genere, come dimostrano i numeri sopra riportati, è urgente, ma va affrontato con serietà: le bandierine non servono e quasi sempre nascondono una fregatura.