Giorni fa, Annina Ascani ha scoperto l’acqua calda: gli spettacoli si pagano. Una rivelazione sconvolgente. Convinta d’avere l’asso nella manica, ha calato il due di picche quando la briscola è quadri sostenendo che il Fatto si è fatto comprare lo spettacolo (Renzusconi, nello specifico) dai 5Stelle a Foligno. Che è verissimo, per il motivo molto semplice che un artista (musicista, giornalista, ufologo) si esibisce dove lo pagano e dove gli garantiscono libertà. Possono essere le Feste de L’Unità, le rassegne di Liberi e Uguali, le beneficenze per la tutela dei neuroni di Gasparri: è irrilevante.


Basta pagare e garantire libertà. Nell’attesa che il Pd compri almeno una volta Renzusconi, dimostrando ironia e autocritica, e nella speranza al contempo che Annina (giusto un po’ permalosa) superi il trauma dell’ovazione con cui il pubblico folignate ha salutato la battuta iniziale su di lei, giova qui ricordare come Annina Ascani sia nata nel 1987 a Città di Castello. Se chiedi di lei in paese, non pochi ti rispondono: “Ha insegnato catechismo a mio figlio, che infatti si è subito allontanato dal mondo della Chiesa”.

Folgorata dalla politica senza che la politica rimanesse granché folgorata da lei, a 19 anni scrive a Letta (Enrico) dicendo che vuole aiutarlo a divenire segretario e presidente: una perversione come un’altra. Diplomata al Liceo Classico con 100, Laurea in Filosofia con una tesi dal titolo affascinante come una mietibatti bombardata al tramonto: “Accountability: la virtù della politica democratica”. Il padre, Maurizio, è stato vicesindaco a Città di Castello in giunte anomale Pci-Dc, a conferma quasi di una predisposizione genetica per l’inciucio (anche se una volta si chiamava compromesso storico e un senso ce l’aveva).

Deputata a soli 26 anni, supera con agio sbarazzino il trauma dell’accoltellamento al suo #Enricostaisereno cercando (invano) di divenire “renziana ma non troppo”. Nel gennaio 2016 è misteriosamente inserita da Forbes tra i trenta personaggi under 30 più influenti della politica europea. Ogni mese Annina regala mille euro di indennità a qualche Onlus (brava). Ha rapporti privilegiati con Simona Malpezzi e Alessia Rotta (daje).

Nel 2015 Renzi le dà un passaggio sull’elicottero presidenziale e si scatena il gossip: Annina, giustamente, si arrabbia per la solita deriva sessista del giornalismo italiano. Hanno invece un certo fondamento le cronache che la descrivono poco amata da Boschi et similia, gelose della sua ascesa. Nel frattempo Annina lotta per noi e si fa cucire per le edizioni 2018 un manifesto che pare appena photoshoppato. Va a L’aria che tira e si fa zimbellare dalla Santanchè, che è quasi peggio del balbettio straziato di Francesca Barra ad Agorà con la Ravetto (avessi detto Nilde Iotti). L’estate scorsa viene nominata responsabile del Dipartimento Cultura del Pd. Ne ha tutti i crismi. Infatti, quando qualcuno mette in discussione la sua abilitazione per l’insegnamento, lei sbotta su Facebook: “Ho assistito a una gittata di fango che non si riserva a mafiosi, corrotti o ladri. Una gittata di fango indirizzata a me, che sono persona onesta, pulita, seria”. Senz’altro ha ragione, solo che “gittata” significa distanza e col fango non c’entra una mazza. Sempre per questa preparazione granitica, Renzi le chiede di perorare la riforma della “buona scuola”. Anche qui Annina è la persona giusta: infatti, su Twitter, inciampa in una gaffe mitologica e tramuta la “buona scuola” in “buona sola”. Quel che si dice lapsus freudiano. Che è poi una delle basi filosofiche del renzismo.