Va tutto storto, deve pensare “Mutti” Merkel, guardando il cielo bigio dal suo grande appartamento davanti al museo di Pergamo. Sotto, sfilano gli atleti della maratona di Berlino. Si sperava nel nuovo record del mondo. Invece il trionfatore Eliud Kipchoge, campione olimpico, impiega 35” di più. Colpa della pioggia e della bassa temperatura.

La maratoneta della politica tedesca vince. Ma col fiatone, il passo pesante di chi ha perso 8 punti rispetto alla “gara” del 2013. Metà dell’elettorato d’origine turca le ha voltato le spalle, ubbidendo a Erdogan. Dai russi se lo aspettava: hanno finanziato l’Afd. Hanno spostato i loro voti sui partiti anti-sanzioni. Come la Linke, la sinistra radicale che in effetti ha guadagnato qualcosa. Poi, quel milione di votanti in più, rispetto a 4 anni fa. Una maggioranza silenziosa sedotta dal populismo del “ci rubano il lavoro”, contagiata dalla paura dell’immigrato che usurpa il welfare destinato “naturalmente” ai tedeschi.

Il poker è servito. Ma col morto: i socialisti, alleati di governo sino a ieri, hanno gettato le carte sul tavolo. Non si tratta solo del futuro governo. Ma dell’ultradestra al Bundestag. L’Afd non ha perso tempo, e ha festeggiato in Alexanderplatz. Una provocazione nel luogo simbolo della vecchia Berlino Est. Dove di solito vanno le sinistre. La Linke ha la sede in Kleine Alexanderstrasse 28, a due fermate di metrò. Risultato: botte e disordini. Nei quartieri “alternativi” di Berlino i cartelli delle destre xenofobe sono stati divelti o imbrattati. Si profila una resa dei conti. Profetici quelli di Die Partei, minuscola formazione anarchica: “La speranza è l’ultima a morire, però muore”, è uno dei loro slogan.

La Merkel incassa la botta. Dichiara di avere raggiunto “i miei obiettivi strategici”: 1) essere la più votata; 2) restare Cancelliera; 3) potere quindi fare un governo. Evita la parola sconfitta, sebbene abbia smarrito lei più voti, in proporzione, dei socialdemocratici. Onesto, Martin Schulz ha più coraggio: “La mia è una sconfitta. Ne prendo atto ed esco dalla Grosse Koalition”. Ha portato il partito che fu di Brandt ai livelli più bassi della sua storia.

Alla Merkel resta l’opzione “Giamaica”. Percorso tutto in salita. Alla faccia della “stabilità”, parola totem della sua campagna elettorale.

Entrambi i partiti, con motivazioni opposte, non vogliono più tra i piedi l’intransigente ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble. Pure Schulz. I liberali sperano di convincere Angela. Catrin Goering-Eckardt, la leader dei Verdi, si propone come mediatrice: “Sarà un’impresa assai difficile”. Per i Verdi, la Merkel è l’Auto-Kanzlerin, la protettrice dei padroni dell’auto. Le accuse merkeliane al Salone di Francoforte? “Fuffa elettorale”.

Missione impossibile? Nel 2013 la Merkel impiegò cento giorni per accordarsi coi riottosi socialisti, ma i rapporti di forza erano diversi. Probabile che anche stavolta rispunti Schulz, prima di Natale.

Una soluzione la Merkel ce l’avrebbe. Barattare la testa dello scomodo e inviso ministro delle Finanze, promettendogli l’appoggio per la prossima presidenza della Repubblica, che oggi è un feudo socialdemocratico (Frank-Walter Steinmeier, in carica dal 19 marzo del 2017).