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giovedì 29/09/2016

Massimo Fini: “Andremo a sbattere. O almeno io lo spero…”

L’esercizio del dubbio è la ginnastica che ha praticato con più assiduità e costanza (lui che di regolare non ha molto). Sulla scrivania c’è un poderoso tomo, La modernità di un antimoderno. Tutto il pensiero di un ribelle, una sorta di Summa teologica (si parva licet) che raccoglie i saggi di Massimo Fini. Dove non dell’esistenza di Dio si trovano le prove, quanto di una catastrofe cui andiamo incontro con “l’ottuso ottimismo di Candide”. Tecnologia, progresso, democrazia, supremazia indiscriminata dell’economia, la pretesa dell’Occidente di ergersi a modello: tutte le parole-totem della nostra cultura sono messe in discussione. Con l’autore partiamo dall’inizio, ovvero dal titolo: “La rivoluzione scientifica e la rivoluzione industriale, razionalizzate dall’Illuminismo sia in chiave liberista, sia in chiave marxista non hanno migliorato la qualità della vita dell’uomo. Anzi l’hanno grandemente peggiorata”.

Il tema è immenso e si può declinare in mille modi. Proviamo a circoscriverlo con un esempio?
Il mito della velocità: non può che portarci al collasso. E nel frattempo ci fa vivere male, con un aumento di ansie, stress, inquietudini. Ce lo dicono i numeri: nell prima metà del Seicento i suicidi in Europa erano 2,6 ogni centomila abitanti, oggi sono decuplicati.

Va bene: ogni progresso non è di per sé un miglioramento. Però radicalizzare questa tesi può portare a conclusioni sbagliate…
Certo: ci sono anche vantaggi nel progresso. Però Ratzinger, quando era cardinale, disse che il progresso non ha migliorato l’uomo e si prospetta anzi come un pericolo. Proviamo ad allargare l’orizzonte pensando alle comunità e non solo agli individui, quindi alle società e alla politica. Destra e sinistra sono categorie nate due secoli e mezzo fa – due secoli che hanno corso a velocità sempre maggiore – e non sono più in grado di comprendere le esigenze più profonde dell’uomo contemporaneo. Entrambe le “visioni del mondo” sono economiciste, hanno il mito del lavoro, mentre in realtà il vero valore della vita è il tempo. Oggi il discorso politico è sempre scandito da numeri: Pil, decimali, statistiche. Cifre che non sono la cifra della felicità.

Oltretutto le persone sono impaurite dall’impoverimento.
Non è solo questo. Banalizziamo: una volta che hai di che sfamarti e vestirti, una volta che hai un tetto sulla testa, il resto è superfluo. In realtà tutto il sistema è incentrato sul consumo, sulla rincorsa di obiettivi. Ludwig von Mises, uno dei più estremi ma anche più coerenti teorici del capital-industrialismo, afferma – e lo fa dando alla sua tesi un’accezione positiva – che tutto il sistema è basato sull’invidia. Un sentimento che non mi risulta abbia mai fatto bene a nessuno. Nel Dopoguerra eravamo tutti poveri, ma più sereni. Nella povertà c’era una solidarietà che non esiste nell’individualismo della ricchezza.

Nella prefazione Salvatore Veca sottolinea la sua anima di ribelle anticonformista. Si è mai chiesto se questo sguardo non sia diventato un riflesso pavloviano?
Non credo, sta nel mio Dna. Dell’illuminismo dovremmo recuperare il dubbio sistematico. E il dubbio si attua in prima battuta su se stessi. Io vado sempre nella direzione contraria e qualche volta mi sono domandato se non ero io ad aver preso la strada sbagliata. Ma riflettendoci di solito penso alla metafora dei lemming, i roditori che si suicidano in massa seguendo il loro capo.

Non abbiamo più anticorpi rispetto al “pensiero dominante”?
Questo è legato a un altro totem della modernità, la tecnologia. Di cui teoricamente l’individuo potrebbe fare un uso euristico e intelligente, ma che si rivela a livello di massa impoverente. È diminuita, anzi quasi scomparsa, la capacità di concentrazione e riflessione.

In questa raccolta è contenuto anche Sudditi, uscito dieci anni fa. Allora sosteneva che la democrazia – il sedicente migliore tra i sistemi possibili – si era rivelata il contrario di ciò che pretendeva essere. Oggi è cambiato qualcosa?
Se uno osserva antropologicamente le folle festanti davanti alla Clinton o a Trump – non importa il giudizio sui due – si domanda come siamo finiti male se quello è il Paese più avanzato del mondo. La democrazia continua a essere un modo sofisticato, accettabile, elegante di metterlo in culo alla povera gente con il suo consenso.

L’alternativa?
Non lo so. Questo è limite del mio pensiero che è stato più sottolineato, e non a torto. Però se mi trovo davanti a una truffa, non posso non denunciarla.

Le reazioni contro la Brexit dimostrano che la democrazia va bene finché le decisioni non scontentato qualcuno. I mercati per esempio.
Mi sfugge tutta la polemica contro i populismi. Se in democrazia è la maggioranza del popolo a decidere, la parola populismo non ha alcun senso.

Ci salveremo?
Spero di no. Spero in un collasso del sistema che permetta ai più giovani di ricominciare. Magari facendo gli stessi errori.

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