Pubblichiamo due interviste di Indro Montanelli per “Servizi Speciali del Telegiornale” del 1972. Il giornalista racconta con le parole dell’allora sindaco Piero Bargellini e dei braccianti l’alluvione di Firenze.

Ci vuol proprio la fantasia di un menestrello per parlar bene e qualificare d’argenteo questo rigagnolo di acqua sudicia che usurpa il nome di fiume che tuttavia come un fiume vero ha fatto lo scherzo che sapete alla nostra città. Dico nostra città sebbene io non sia proprio di Firenze, sono del contado e come tale non abbia molti motivi di affetto e di gratitudine per questa mamma che i suoi figlioli di provincia li ha sempre trattati con distacco, con alterigia e con disprezzo. Però, sapete com’è, una mamma più è peccatrice più i figlioli le si affezionano. E così quando è stata insidiata, insultata, ferita a morte dall’Arno, anche noi che non avevamo nessuna ragione, infondo, di volerle bene, siamo corsi, e non dico che siamo stati noi a salvarla, ma anche noi abbiamo potentemente contribuito a questo salvataggio che per il carattere dei suoi abitanti Firenze non avrebbe meritato, avrebbe meritato piuttosto di sprofondare.

Ora sono passati 5 anni e noi ritorniamo al capezzale di questa nostra madre, a vedere come sta. A tastarle il polso a sentire se ha bisogno di qualcosa. Ferite, come vedete ce ne sono ancora, ma in via di rimarginatura e avviate a guarigione. A trovarne di tuttora sanguinanti bisogna venire a cercarsele alla Fortezza da Basso, l’ospedale delle opere d’arte sinistrate e sottoposte a restauro. Ma bisogna anche dire che non tutti i sinistri vengono per nuocere. Ecco per esempio la Maddalena di Donatello, c’è voluta l’alluvione per liberarla dalle cattive incrostazioni di un restauro mal operato e restituircela nella sua lignea purezza.

(…) Il ponte vecchio pedonalizzato è diventato una specie di salotto dove si danno convegni coi visitatori di tutto il mondo, è l’ultima cittadella della grande tradizione artigiana. E non è detto che sia un residuo del passato. Forse un anticipo del futuro, anche qui, comunque, l’alluvione non sembra più che un ricordo.

Montanelli: Dunque senti caro Bargellini, te sei stato il sindaco dell’alluvione, hai fatto talmente bene che le malelingue a Firenze dicono che l’alluvione l’hai provocata.

Bargellini: Un po’ è vero.

M: Non è vero, che cosa c’ha perso all’ingrosso e cosa c’ha guadagnato Firenze?

B: Diciamo la verità tanto qui nessuno ci vede e nessuno ci sente (si trovano nel centro della città, ndr). Io credo che Firenze, tutto sommato c’ha guadagnato. Vedi le spallette più alte.

M: A parte le perdite..

B: Le perdite, la fatica, i dolori, i lutti… ma insomma come città. Da una nuova alluvione Dio che ne scampi, guardi e liberi, però un po’ più di acqua le spallette le potrebbero contenere. I ponti sono stati riconfermati e rinforzati, le pescaie sono state anche quelle riguardate, c’erano sotto i lungarni delle caverne, che sono state tutte riempite. Un lavoro enorme. Le fogne migliorate.

M: L’unica cosa che non è migliorata è questo baccano di Firenze (…).

B: Questo è peggiorato, ma Montanelli… è la vita. Non credere che nel ‘300 fosse molto migliore Firenze, perché allora non c’erano le automobili, ma c’erano cavalli, muli, c’erano i ciuchi, c’era lo sterco, c’erano le mosche. La città sotto questo profilo, dal lato estetico e dal lato funzionale è migliorata. Tu gioirai, lo vedrai, quelle ferite che sono rimaste ancora ferite come il Cristo di Cimabue, io insisto a dire il Cristo di Cimabue, sì, è peggiorato dal lato estetico ma è migliorato come fama, no?? E tu che sei scrittore sai benissimo che la fama ha importanza. In fondo il Cimabue ha fatto pubblicità, abitava a 20 metri a casa mia, no? A Santa Croce, nessuno lo guardava! Se oggi non si fosse avuto l’accortezza, è che non abbiamo il bernoccolo commerciale di prenderlo e magari metterlo in una cassetta con aria condizionata, si riportava in Santa Croce e tutto il mondo veniva a vedere il Cristo di Cimabue!

(…) “L’alluvione del ’66 la fu spettacolare, perché dalle 9 e mezzo alle 10 massimo a mezzanotte, arrivano 4-5 metri d’acqua tutta insieme. Sicché vero, io non mi so raccapezzare come mai da parte mia la responsabilità l’è della diga”.

Montanelli: Questa è l’impressione della gente del posto, gente semplice che giudica solo in base alla propria antica saggezza. Ma oggi ci sono ben altri strumenti di testimonianza e di prevenzione. Stando ai giornali, ora sull’Arno sono installati dei cervelli elettronici in grado di registrare tutto ciò che vi avviene grazie ai prodigi della tecnica moderna. Mi faccia vedere questo terribile cervello elettronico (…).

M: Come è tutto qui questo cervello elettronico? E come funziona?

U: Funziona così, questo è un foglio collegato a un orologio.

M: Ma l’acqua casca da lassù e finisce in questa scodellina? È un pluviometro? Questo qui lei lo prende ogni lunedì e dove lo manda?

U: A Pisa.

M: E se c’è lo sciopero delle poste?

U: Non arriva.

M: Ah, bel cervello elettronico! Invece per quanto riguarda la portata dell’Arno?

U: Per quanto riguarda la portata dell’Arno c’è un altro cervello elettronico.

M: Quanto le danno per controllare questi due cervelli elettronici?

U: All’incirca 9 mila lire al mese.

M: Che fa lei, il contadino?

U: Sì, questo è un di più.

M: Senta e come funzionarono questi cervelli elettronici quando venne la piena?

U: Quando venne la piena fu portato via tutto, non funzionarono affatto.

M: E lei che conseguenze ne ebbe?

U: Ci mancò che non mi mandarono in galera, perché io dicevo che avevano portato via tutto, mentre aveva portato via tutto la piena.

M: Vede che bel datore di lavoro è lo Stato, 9 mila lire al mese e in galera se viene la piena!

©Rai e Fondazione Montanelli