Regionali Sardegna, il candidato del M5s Puddu condannato per abuso d’ufficio: “Ritiro la candidatura”

Condannato a un anno di reclusione l’ex sindaco di Assemini (Cagliari) Mario Puddu, attuale coordinatore del Movimento 5 Stelle in Sardegna e candidato governatore alle prossime regionali. Il gup del Tribunale Roberto Cau ha accolto la richiesta di condanna del pm Marco Cocco che lo accusava di abuso d’ufficio. Puddu – presente in aula al momento della sentenza – è uscito scosso e ha rilasciato solo qualche battuta, confermando che la condanna avrà implicazioni sulle prossime elezioni. E poco dopo è arrivato l’annuncio: “Dopo la condanna, ritiro la mia candidatura alla presidenza della Regione Sardegna. “Sono orgoglioso – aggiunge – di appartenere a un Movimento che chiede a chi è stato anche solo condannato in primo grado, di fare un passo indietro”. I fatti risalgono al 2015 quando tre consigliere pentastellate dissidenti, poi espulse, presentarono un esposto contro l’allora sindaco, nel quale lo accusavano di aver ideato una pianta organica del Comune di Assemini in modo tale da demansionare una dipendente – costituitasi parte civile – a vantaggio di altre due, non indagate.

Il 5 agosto 2018 era arrivato la conferma per Puddu dopo il voto online sulla piattaforma Rousseau. Puddu, 45 anni, ex sindaco di Assemini – alle porte di Cagliari – e coordinatore isolano per le ultime Politiche aveva ricevuto 981 voti su 1.804 votanti (il 54%). Era l’unico nome con un’esperienza amministrativa e con un ruolo importante nel M5s isolano. Gli altri attivisti in corsa erano Luca Piras, docente universitario (464 voti), Rita Monageddu (285 voti) e Anna Sulis (74 voti) entrambe dipendenti regionali.

“È un onore cercare di fare qualcosa per la mia Terra, un onore ancora più grande farlo come rappresentante del M5s. Ne approfitto – aveva scritto su Facebook –  per ringraziare i tanti che mi hanno dato la loro fiducia ma anche tutti gli altri che hanno esercitato il loro diritto votando gli altri candidati governatore e i candidati consigliere”. Un risultato comunque importante per i Cinquestelle in Sardegna rispetto a quanto successo nel 2014 quando per via delle tensioni interne un mese prima del voto non fu concesso da Beppe Grillo l’uso del simbolo. Dopo il risultato qualcuno aveva richiamato il rgolamento M5s, il Non Statuto del 2016: secondo l’articolo 7 i candidati – anche alle competizioni locali – sono scelti tra coloro che “siano incensurati e che non abbiano in corso alcun procedimento penale a proprio carico, qualunque sia la natura del reato ad essi contestato”

I fatti contestati a Puddu riguardano il suo ruolo di amministratore e la riorganizzazione interna del Comune che avrebbe penalizzato alcune alcune dipendenti. Tutto partì nel 2015 dall’esposto di tre consigliere del M5s, poi espulse tramite una email agli indirizzi personali firmata lo staff di Beppe Grillo. Il motivo dello scontro risaliva a un consiglio comunale del marzo 2015, durante il quale le tre consigliere avevano lanciato pubblicamente al sindaco e alla giunta accuse a cui era seguito l’esposto in Procura. Prima ancora una segnalazione all’Anac, autorità nazionale anticorruzione. Due le contestazioni: l’esistenza di uno staff occulto – un avvocato, Francesco Murtas; un ingegnere, Antonello Deidda; e un perito edile, Antonio Nioi– e il riordino dell’ente attuato con discrezionalità. Il sindaco, Mario Puddu, aveva affidato a una lunga nota su Facebook l’amarezza e la difesa, assoluta. Oggi il verdetto di primo grado. In attesa di altre decisioni e anche le motivazioni che dovrebbero essere depositate prima delle elezioni previste a febbraio 2019.

Mercato auto Europa, settembre nero: -23,4%. In Italia il MISE convoca i segretari dei sindacati

Dopo i bagordi estivi, i nodi vengono al pettine. Il boom del mercato auto registrato in Europa ad agosto (+ 29,8% e 1,17 milioni di unità) aveva precise ragioni: promozioni allettanti e le (molte) autoimmatricolazioni – i cosiddetti veicoli “Km 0” – utilizzate dai concessionari, fatte per dribblare il nuovo ciclo di omologazione WLTP, in vigore da settembre, che avrebbe reso molti modelli fuori legge e invendibili. Nel nono mese dell’anno, però, lo stesso mercato ha presentato il conto, con una fisiologica flessione della domanda: un -23,4% sul computo complessivo, pari a 1,12 milioni di auto.

Male l’Italia (-25,4%) e malissimo la Germania (-30,5%); non è andata molto meglio né al Regno Unito (-20,5%), né alla Spagna (-17%). Se non altro, il consuntivo dei primi nove mesi dell’anno parla di 12,3 milioni di auto immatricolate, pari a un +2,3%. Molti costruttori, poi, ne escono con le ossa rotte: FCA cala del 31,4% a 62 mila immatricolazioni. Fa ancora peggio il gruppo Volkswagen, che sfiora il -48% (con 178 mila registrazioni), mentre contengono i danni Daimler (-12% e 88 mila pezzi) e gruppo BMW (-8,8% e 102 mila auto). Sul versante transalpino regge PSA (-8% e 201 mila pezzi) e affonda Renault (-27% e 96 mila unità). Galleggia Ford (-13,5% e 79 mila auto) e rimane stabile il gruppo Jaguar Land Rover (27 mila vetture). In controtendenza Volvo, che cresce del 3% (28 mila auto). Lo tsunami colpisce Nissan (-43,8% e 36 mila immatricolazioni) e Honda (-27% e 12 mila auto), ma risparmia Toyota (-2% e 69 mila pezzi). Le coreane Hyundai e Kia subiscono una flessione, rispettivamente, del 10,4% (47 mila vetture) e del 43,8% (49 mila unità).

“La flessione a due cifre registrata a settembre non è una sorpresa: l’introduzione, da inizio mese, del nuovo test di omologazione Wltp per tutte le nuove vetture immesse sul mercato e, quindi, dell’obbligo di immatricolare esclusivamente vetture dotate di un propulsore Euro 6C e 6D temp, ha causato un’impennata delle immatricolazioni ad agosto (+29,8%), ovvero un’anticipazione degli acquisti”, commenta Aurelio Nervo, presidente di Anfia, l’Associazione Nazionale Filiera Industria Automobilistica.

Anche per il Centro Studi Promotor l’ultimo bimestre ha avuto un andamento altalenante per le suddette motivazioni: il nuovo sistema di omologazione Wltp, dopo la forzatura di agosto, “ha determinato poi il vuoto di domanda di settembre a cui si è aggiunto il fatto che molte Case hanno avuto difficoltà a soddisfare la domanda perché non avevano un numero sufficiente di vetture con la nuova omologazione”.

Complessivamente, però, il dato gennaio-settembre è positivo; e per il 2018 in Italia si veleggerà verso le 2 milioni di immatricolazioni: “È questo il livello intorno a cui dovrebbero attestarsi le immatricolazioni anche nel 2018. Se le condizioni economiche del Paese lo consentiranno, il mercato italiano dovrebbe però continuare a crescere nei prossimi due-tre anni”, afferma il presidente del Centro Studi Promotor, Gian Primo Quagliano.

Tuttavia, c’è anche chi vede un nuovo spauracchio all’orizzonte: il mancato accordo commerciale fra UE e UK a seguito della Brexit. “Il tempo stringe, ma non è ancora troppo tardi”, dice Erik Jonnaert, segretario generale dell’Acea, l’Associazione Europea dei Produttori di Auto: “Stiamo sollecitando i gruppi di negoziatori di entrambe le parti a raddoppiare i loro sforzi per concludere con successo un accordo”. Da una parte si rischia un aumento dei tempi di sosta in dogana che paralizzerebbe la produzione nel Regno Unito, dall’altro c’è il pericolo rappresentato dai dazi, che in mancanza di un’intesa e sulla base delle regole del Wto peserebbero per il 10% su un settore dove i margini di guadagno risultano mediamente ben più contenuti.

“I nostri membri stanno già facendo piani d’emergenza e stanno cercando spazi per immagazzinare le parti. Tuttavia lo spazio richiesto per conservare scorte oltre il breve periodo sarebbe assolutamente enorme e costoso”, spiega il segretario Acea. Tuttavia, alcuni costruttori starebbero “pianificando un arresto temporaneo della produzione post-Brexit”. Sugli extra costi doganali, lo stesso Jonnaert sottolinea come questi “saranno trasferiti sul consumatore o dovranno essere assorbiti dai produttori”.

Nel frattempo, in Italia, il 30 ottobre il Ministero dello Sviluppo Economico ha convocato un incontro per fare il punto sulla situazione del settore auto nel nostro Paese. Alla riunione sono invitati i segretari nazionali di tutti i sindacati, Fim, Fiom, Uilm, Ugl Metalmeccanici e Fismic. “La decisione del Ministero di indire un incontro di approfondimento riguardante l’esame della situazione della produzione di auto nel nostro Paese è un primo passo che inverte la tendenza degli ultimi Governi”, dice Michele De Palma, segretario nazionale Fiom-Cgil e responsabile automotive.

“La Fiom da tempo chiede l’apertura di un tavolo di confronto sul futuro dell’auto coinvolgendo direttamente le case costruttrici e le aziende della componentistica, visti i grandi cambiamenti tecnologici nel settore, le incertezze produttive e di mercato, le nuove limitazioni sulle emissioni, e l’aumento dell’utilizzo degli ammortizzatori sociali per i lavoratori” continua De Palma: “Questo è un primo obiettivo raggiunto. In questi mesi le lavoratrici e dei lavoratori si sono mobilitati in tutti gli stabilimenti Fca e Magneti Marelli per avere un confronto sugli investimenti, l’occupazione e la contrattazione. Auspichiamo che questo primo positivo passo intrapreso dal Ministero porti alla creazione di una commissione nazionale permanente per le politiche industriali del settore”.

Tonno Mareblu da 12 scatolette, prodotto richiamato dal ministero della Salute

Un lotto di confezioni di tonno Mareblu da 12 scatolette con scadenza 5 gennaio 2023 è stato ritirato dal commercio dal ministero della Salute. Come è possibile leggere nel richiamo pubblicato sul sito del dicastero il prodotto è stato ritirato “a scopo precauzionale, per potenziale problema di produzione legato all’integrità delle lattine che potrebbe compromettere la qualità del prodotto”. Quindi non si deve consumare il prodotto  che va restituito nel punto vendita di acquisto. I negozi di una grande catena di supermercati hanno già predisposto il ritiro, specificando comunque che il richiamo non riguarda altri prodotti a marchio Mareblu o lotti con altre date di scadenza.  

Il link al sito del ministero della Salute per consultare il richiamo

Manovra, i leader europei di traverso. Juncker: “No altra flessibilità a Roma”. Kurz: “Nessuna comprensione per Italia”

Ufficialmente non è in agenda, ma è uno dei temi dominanti della giornata. La manovra messa a punto dal governo M5s-Lega aleggia tra i corridoi dell’Europa Building di Bruxelles, dove i leader del continente sono riuniti per il Consiglio Ue. Fonti dell’Unione europea hanno fatto sapere che il commissario agli Affari economici Pierre Moscovici consegnerà oggi al ministro Giovanni Tria la lettera di richiamo della Commissione Ue sui conti pubblici italiani. Nel frattempo, nonostante l’ottimismo professato dal premier Conte, i leader europei non hanno avuto parole positive (eufemismo) per l’Italia e la Legge di Bilancio del governo gialloverde. “Non è nostra intenzione aggiungere flessibilità a flessibilità per l’Italia” ha detto il presidente della Commissione europea Jean Claude Juncker. Ancor più dura la presa di posizione del cancelliere austriaco Sebastian Kurz: “Non abbiamo nessuna comprensione” per le politiche finanziarie dell’Italia, “ci aspettiamo che il governo rispetti le regole. Non siamo i soli a pensarlo, anche molti altri Paesi. I criteri di Maastricht valgono per tutti – ha aggiunto Kurz – In Austria di sicuro non pagheremo per il debito di altri”. Appena più moderato, almeno secondo la ricostruzione di Bloomberg, il commento di Mario Draghi, secondo cui “sfidare le regole europee non porta una maggiore prosperità, ma comporterà un alto prezzo per tutti: può causare – ha detto il presidente Bce – un inasprimento delle condizioni del settore finanziario danneggiando la crescita”.

Nel frattempo è slittato il punto stampa previsto tra le 16:30 e le 17 all’entrata Vip dello Justus Lipsius del premier Giuseppe Conte: l’appuntamento è stato rinviato a più tardi a causa di “sopraggiunti impegni” del capo del governo. Che fin dalle prime ore del mattino aveva professato ottimismo: “Mi rendo perfettamente conto che non è questa la manovra che si aspettavano dalla Commissione e ci aspettiamo osservazioni critiche”, ma “ci siederemo attorno al tavolo e spiegheremo”, perché “più passa il tempo e più mi convinco che la manovra è molto bella“, ha detto Giuseppe Conte al suo arrivo al vertice.

L’INCONTRO TRA CONTE E MERKEL
In un breve punto con i giornalisti, il premier ha parlato dell’incontro bilaterale avuto nella serata di mercoledì con Angela Merkel. La cancelliera “è stata molto attenta, molto interessata alle riforme strutturali, molto impressionata, direi, dal pacchetto di riforme strutturali che stiamo realizzando in Italia, alcune già realizzate”, mentre “altre le stiamo varando”, ha detto Conte. “È stato un colloquio molto cordiale, molto sereno. Ho anticipato le linee e i contenuti della nostra manovra economica: puntiamo sulla crescita. Abbiamo invertito l’ordine e l’impostazione sin qui seguita: puntiamo sugli investimenti, vogliamo assicurare crescita al Paese e quei decimali di crescita non rispecchiano quelli che sono i fondamentali della nostra economia e le sue potenzialità”. Sull’incontro con Conte si è espressa anche la cancelliera tedesca: “Sul bilancio è con la Commissione Ue che l’Italia deve parlare” ha detto Angela Merkel, sottolineando che “certamente nel mio colloquio con il primo ministro italiano abbiamo parlato evidentemente del bilancio, come hanno fatto anche altri”, ma “non posso che ripetere che l’interlocutore è la Commissione e gli ho chiesto di avere un dialogo sincero con la Commissione”.

“Il nostro lavoro è produrre dei piani di bilancio che rispettino le regole, rafforzino la nostra moneta e facciano proseguire l’umore positivo della zona euro – ha detto il presidente dell’Eurogruppo Mario Centeno – l’Italia non è in agenda oggi e a ragione, perché non sta ai leader valutare i piani di bilancio, lo fa la Commissione e poi a suo tempo lo farà l’Eurogruppo”. Ma, ha precisato il ministero dell’Economia portoghese, “abbiamo procedure e regole che ci siamo impegnati a seguire”.

DA KURZ A MACRON, LE CRITICHE DEI LEADER EUROPEI
Più netto, nel solco del giudizio espresso mercoledì, il cancelliere austriaco Sebastian Kurz: “I debiti eccessivi” sono “pericolosi“, non solo “per i Paesi che li hanno accumulati”, ma “anche per l’Europa”, ha detto il capo del governo di Vienna rispondendo a una domanda sul bilancio dell’Italia. “Ritengo negativo che siano state fatte eccezioni per i Paesi più grandi”, ha detto Kurz, che si è definito “un grande difensore” dei criteri di Maastricht e ha indicato la politica economica austriaca come esempio di “equilibrio“. Simile alla posizione della Germania quella della Francia, con Macron a sottolineare che per quanto riguarda la manovra italiana “non si tratta in nessun caso di un tema bilaterale” tra Italia e Francia, e “su questo la Francia non dà lezioni dopo 10 anni passati in procedura per deficit eccessivo”. Allo stesso tempo “la Francia sostiene il rispetto delle regole” ma spetta alla Commissione Ue valutare, e con questa “ci deve essere un dialogo costruttivo”.

Il linguaggio è quello della diplomazia, ma la valutazione espressa su Twitter dal premier olandese Mark Rutte è altrettanto netta: “Buon incontro bilaterale con Giuseppe Conte durante il Consiglio europeo. Ho espresso le preoccupazioni dell’Olanda sui piani di bilancio per il 2019. Pieno sostegno alla Commissione Ue perché applichi gli obblighi comuni del Patto di stabilità”:, scrive Rutte dopo l’incontro avuto a metà mattinata con Conte. Che replica: “Ho avuto con il Presidente Rutte un confronto aperto e cordiale sui temi all’odg del Consiglio Ue. Ho avuto modo di presentare e illustrare anche il poderoso piano di riforme strutturali e il Piano di investimenti che abbiamo varato e inserito nella manovra economica, manovra su cui vogliamo un dialogo costruttivo e sulla quale non accettiamo ‘pre-giudizi‘”.

LE ALTRE GRANE, DAL BELGIO ALLA SPAGNA
Un primo giudizio, intanto, la Commissione lo ha espresso sul Belgio: il governo di Charles Michel ha ricevuto dall’esecutivo comunitario una lettera che lo avverte del rischio di violazione delle regole sui conti pubblici. Secondo quanto riporta il quotidiano economico De Tjid, l’Unione ritene che il Belgio non abbia preso sufficienti misure per ridurre il deficit strutturale. Con un debito elevato come quello belga, il suo sforzo dovrebbe essere di 0,6%, invece dello 0,2% previsto per il 2019. “E’ una fake news. Ho incontrato ieri Jean-Claude Juncker e mi ha detto letteralmente: dite alla vostra stampa nazionale che non ci sono problemi con il Belgio”, ha commentato Michel, definendo la lettera “un classico scambio di lettere tra la Commissione e uno Stato membro sulla strategia di riforme e sulla nostra situazione di bilancio”. Secondo i media spagnoli, la Commissione Ue dovrebbe inviare oggi una lettera anche alla Spagna. In particolare, Bruxelles mette in dubbio i numeri forniti dal governo socialista relativi alle entrate, previste in crescita di 5,6 miliardi. Nel progetto di bilancio di Madrid non si rispettano gli obiettivi di deficit (che saliranno all’1,8% invece dell’1,3% approvato dal precedente governo del Partido Popular) ma si promette un aggiustamento strutturale netto di 5 miliardi di euro. Il governo prevede una crescita del Pil del 2,6% quest’anno e del 2,3% nel 2019, inferiore a quanto stimato in precedenza.

Strage di Bologna, “il Ros indaga sui documenti falsi a Fiore e Adinolfi per fuga in Francia”

Il Ros sta indagando sui documenti falsi utilizzati da Roberto Fiore e Gabriele Adinolfi per scappare in Francia dopo il 2 agosto 1980. La rivelazione, per bocca del pm Antonello Gustapane, deflagra nel processo all’ex Nar Gilberto Cavallini, imputato di concorso per la strage alla stazione di Bologna. Secondo l’ipotesi investigativa, che poggia anche sulle dichiarazioni rese da Francesca Mambroe Giusva Fioravanti citati come testi a giugno, sarebbe stato Massimo Sparti, un ex criminale orbitante nell’area dell’eversione nera, a fornire le carte d’identità falsificate agli allora due leader di Terza Posizione. Ed è il rapporto tra TP e i Nar ad essere al centro del processo bis sulla bomba del 2 agosto. Ne ha parlato il teste Mauro Ansaldi, esponente torinese di Terza Posizione: “Siamo stati il gruppo di supporto per chi voleva andare in Francia”. Sono tra i 50 e i 70 i viaggi, attraverso valichi di montagna, organizzati da Terza Posizione per permettere ai suoi dirigenti di lasciare il paese nel periodo compreso tra la strage di Bologna (2 agosto, 1980) e il 1981. Una sorta di ‘servizio taxi’ sfruttato anche dai Nar, tra cui lo stesso Cavallini espatriato nel 1981 grazie ad Ansaldi dal valico di Clapier. Secondo il racconto di Ansaldi, sarebbero stati aiutati ad abbandonare l’Italia anche i vertici del gruppo Gabriele Adinolfi e Roberto Fiore, quest’ultimo attuale leader di Forza Nuova. “Se fossero rimasti in Italia, sarebbero stati coinvolti nella lotta politica e non volevano dare un cattivo esempio” ha dichiarato Ansaldi offrendo la giustificazione ufficiale della fuga oltre le Alpi. Nel senso che, dopo gli oltre 300 mandati d’arresto spiccati dopo la strage di Bologna, si sarebbe potuta scatenare una lotta sempre più aspra tra i gruppi di destra extraparlamentare e le istituzioni. Per questo Fiore e Adinolfi, a suo dire, tagliarono la corda.

La “fuga” dei capi di Terza Posizione aveva costituito un tradimento per la destra extraparlamentare. Un passo di lato che aveva incrinato i rapporti anche con i Nar. “Erano scappati lasciando i giovani senza una guida” spiega l’ex criminale nero in aula. Ma non è l’unico elemento che spiega la rottura tra l’anima più giovane dello spontaneismo armato dei Nar e l’area di Terza Posizione. “L’omicidio Mangiameli si diceva essere una conseguenza della spaccatura tra la vecchia e la nuova destra” ha rivelato Ansaldi. Il dirigente siciliano di Terza Posizione Francesco Mangiameli venne ucciso in circostanze mai chiarite da un commando dei Nar. All’epoca dei primi processi sul 2 agosto si era ipotizzato che Mangiameli avesse potuto carpire informazioni riguardanti la presunta implicazione dei Nar nell’omicidio di Piersanti Mattarella. Manovalanza romana “usata”per un progetto più grande. Proprio a causa di queste dichiarazioni l’avvocato di parte civile Andrea Speranzoni ha domandato a più riprese ad Ansaldi dei presunti rapporti con i poteri occulti di Giusva Fioravanti. Nel verbale del 28 dicembre 1984, citato dallo stesso Speranzoni, Ansaldi spiega che Fioravanti “aveva una doppia posizione” perché oltre ad essere un membro dei Nar aveva anche rapporti con “Gelli-Signorelli e la P2”. “Me lo disse Zani al cospetto di Adinolfi – ha aggiunto Ansaldi in aula. E di questo sospetto pare che ne fosse a conoscenza lo stesso Roberto Fiore: “Potrebbe aver condiviso quest’affermazione. Era opinione comune della dirigenza di Terza Posizione. Non elementi per provarlo“. Nel verbale però Ansaldi riporta che furono proprio i suoi compagni di Terza Posizione Adinolfi e Zani a metterlo al corrente dei legami tra Fioravanti e la P2. Lo stesso Adinolfi, sempre sul verbale, avrebbe confidato ad Ansaldi che Fiore non gli “aveva detto tutto su Fioravanti”. Nel senso che alcune alleanze, forse, era meglio tenerle segrete.

Roma, in un casolare di campagna dipinti del XVII secolo rubati in un hotel in zona Parioli nel 2001

I carabinieri della stazione di Zagarolo (Roma), insieme al personale della sezione antiquariato del Reparto operativo Tutela patrimonio culturale di Roma, ha trovato nei giorni scorsi in un casolare abbandonato, immerso in una fitta boscaglia di via Colle Gentile, quattro dipinti antichi risalenti al XVII secolo, del valore complessivo di circa 200.000 euro, raffiguranti scene religiose ed ancora in buono stato.

I primi accertamenti hanno permesso di stabilire che le opere d’arte erano state rubate durante una rapina, avvenuta nel 2001 in un hotel della zona Parioli a Roma, quando una banda armata di malviventi fece irruzione nell’albergo e dopo aver immobilizzato portiere e clienti, riuscì ad impossessarsi di cinque opere e di altra refurtiva.

Successive indagini permisero all’epoca di identificare gli autori, ma i quadri non furono mai rinvenuti. Ieri il ritrovamento, che riapre la strada ad altre indagini per cercare di risalire ad eventuali altre persone coinvolte nella ricettazione di opere rubate e trovare il quinto dipinto, ancora mancante. Per ora i dipinti sono stati sequestrati e verranno svolti accertamenti tecnici da parte del personale specializzato della Sezione antiquariato del Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale di Roma.

Giulio Andreotti e l’omicidio Pecorelli: ne ‘Il Divo e il giornalista’ le mezze verità di un processo dimenticato

A distanza di quaranta anni dal sequestro e dell’omicidio di Aldo Moro, avvenuto nel 1978, ancora emergono delle verità. Seppur piccoli brandelli. Solamente lo scorso dicembre la seconda commissione bicamerale d’inchiesta ha certificato che in via Fani le Br non agirono da sole. Non era un mistero, ma è stato un segreto. E molti altri sono ancora tenuti nascosti dai pochi che erano e sono a conoscenza di quanto realmente accaduto in quegli anni. Perché i 55 giorni di prigionia di Moro non sono una dolorosa parentesi della storia repubblicana, ma rappresentano un tassello fondamentale del quadro ben più ampio della guerra civile che si è consumata in l’Italia negli anni che vanno dalla strage di piazza Fontana, a Milano nel dicembre 1969, fino all’omicidio del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa a Palermo nel settembre 1982. Con strascichi che si sono poi trascinati fino almeno al 1986 con l’assassinio di Michele Sindona, ucciso con un caffè al cianuro nella sua cella nel carcere di Voghera. Tutti segreti ancora non rivelati o svelati. Una lunga scia di sangue e segreti di Stato e dallo Stato pilotati, insabbiati, resi impossibili da accertare.

Gli scaffali delle librerie negli ultimi mesi si sono riempiti di testi dedicati a quei tragici 55 giorni ma pochi, pochissimi, hanno ampliato la prospettiva, inquadrato il contesto storico, il prima e il dopo. Tra i pochissimi ce n’è uno in particolare che merita molta attenzione. Lo ha pubblicato la Morlacchi editore, una minuscola casa editrice di Perugia, nel febbraio 2018 e in questi mesi si è fatto spazio tra i giganti solo grazie al passaparola. Il titolo poco o nulla sembra avere a che fare con quei grandi segreti celati dallo Stato: Il Divo e il giornalista. Sottotitolo: “Giulio Andreotti e l’omicidio di Carmine Pecorelli: frammenti di un processo dimenticato”. Andando oltre la copertina, nelle quasi 400 pagine che lo compongono è ricostruito proprio quel decennio buio della Repubblica. Ed è ricostruito con documenti dell’epoca, atti giudiziari, verbali di testimonianze, documenti riservati dei servizi segreti e molto altro.

Tutti documenti che sono confluiti al tribunale di Perugia durante il processo per l’omicidio di Carmine Pecorelli, giornalista direttore di Op ucciso la sera del 20 marzo 1979 con quattro colpi di pistola. E ovviamente il nome dell’omicida è rimasto un segreto. Sul banco degli imputati venne trascinato come mandante Giulio Andreotti, come autore materiale Massimo Carminati più altri: il boss Gaetano Badalamenti, il tesoriere di Cosa Nostra, Giuseppe Calò, l’ex magistrato e poi parlamentare Dc, Claudio Vitalone, il killer della mafia, Michelangelo La Barbera. Il processo inizia nel 1996 e in primo grado, nel settembre 1999, tutti assolti. In appello, tre anni dopo, Badalamenti e Andreotti sono stati condannati a 24 anni di carcere per l’omicidio. Infine la Cassazione, nell’ottobre 2003, ha annullato senza rinvio la sentenza di appello.

Per istituire il processo i magistrati di Perugia, Fausto Cardella in particolare, hanno riunito tutte le indagini già svolte a Roma sull’omicidio Pecorelli una prima volta nel 1979 e una seconda nel 1994. Indagini che non hanno mai portato a nulla. Perché depistate, insabbiate. Le vicende sono tantissime e nel libro sono raccontate in maniera chiara e lineare, nonostante la complessità degli argomenti e la mole sterminata di materiale. Ma a scriverlo, insieme al giornalista Alvaro Fiorucci, è Raffaele Guadagno, colui che da funzionario del ministero ha seguito passo passo le fasi delle indagini, ha letto, studiato, lavorato su ciascuna delle oltre 800mila pagine di atti prodotti e poi i processi che si sono celebrati nel capoluogo Umbro.

Dal 1979 in poi chi si è occupato da vicino dell’omicidio Pecorelli ha sempre sostenuto che non si è mai riusciti ad arrivare ai responsabili per “eccesso di moventi”. Il direttore del periodico Op, infatti, non era un semplice giornalista: era “uno spregiudicato e scanzonato avventuriero della notizia”, per usare la descrizione compiuta da Cardella durante la sua requisitoria. Pecorelli ha pubblicato articoli, servizi e inchieste esclusive spesso in anticipo anche di decenni. Ha svelato il caso Italcasse, il dossier Mifobiali, persino i magheggi finanziari dell’allora sconosciuto ai più imprenditore milanese Silvio Berlusconi: ne scrisse nel 1978. Scrisse dell’interessamento di frange dei servizi segreti deviati per far fuggire Guido Giannettini dopo l’attentato di piazza Fontana E molto altro ancora: Licio Gelli e la P2, il fantomatico “elenco dei mille” che avevano usato Sindona per portare illegalmente capitali all’estero, gli assegni con cui Andreotti – che fu Pecorelli a soprannominare il Divo – aveva girato dei fondi ritenuti illeciti ad alcune società tra cui una riconducibile al membro della banda della Magliana, Domenico Balducci.

Ma soprattutto pubblicò per primo l’indirizzo del covo in cui le Br tenevano Moro, scrisse che il volantino numero 7 con l’indicazione del lago della Duchessa come luogo dove trovare il cadavere di Moro era falso e creato ad arte dai servizi segreti italiani su suggerimento della Cia per vagliare la reazione dell’opinione pubblica di fronte all’omicidio di Moro, in quel momento ancora in vita. Scrisse che in via Fani con i brigatisti c’erano pezzi dello Stato e della criminalità organizzata. Di Moro pubblicò stralci del suo memoriale e lettere che vennero ritrovati solamente nel 1990 in via Montenevoso. Insomma: Pecorelli aveva informazioni riservate, riservatissime e le pubblicava. Per questo è stato ammazzato. Da chi non si sa. Seppure leggendo il libro di Guadagno e Fiorucci si arriva a più di qualche idea. Purtroppo però per la giustizia Pecorelli è stato ucciso ma è stato ucciso da nessuno. Qualcuno però sa. Come ha detto Cardella sempre nella requisitoria: “Poche, pochissime persone, se solo avessero voluto, avrebbero potuto raccontarci la dinamica di interessi e di rapporti personali che ha condotto alla deliberazione e all’attuazione dell’omicidio. Quella dinamica è stata ricostruita con grande fatica, aprendo qua e là i necessari spiragli, in un muro di silenzi complici o timorosi o interessati, di bugie e mezze verità”. In questo libro ci sono tutte le mezze verità. Anche quelle mancanti.

I Medici, la fiction torna su Rai1. Tra morti impossibili e una Firenze inventata: tutti gli errori della prima serie

Ancora pochi giorni e la seconda stagione della serie televisiva I Medici andrà in onda su Raiuno. Saranno di nuovo otto episodi in quattro prime serate. La prima stagione, due anni fa, ebbe un discreto successo di pubblico, con uno share tra il 31 per cento del secondo episodio e il 24 del penultimo. Anche la critica oscillò tra chi aveva apprezzato il tentativo di avvicinare la storia al pubblico televisivo – e per di più con storie ambientate in scenari tra i più ambiti a livello mondiale – e chi invece aveva criticato la produzione, rea di aver falsificato la storia, rendendo vano il tentativo di far svolgere alla tv quel ruolo educativo che tanti ancora auspicano.

E in effetti la prima stagione – che fa riferimento a fatti avvenuti intorno agli anni Trenta del Quattrocento – fu costellata di inesattezze, errori, lacune, talvolta inutili (anche ai fini di rendere più appassionante una fiction), se non proprio gravi. Ancora oggi non è ben chiaro se la coproduzione italo-inglese abbia potuto contare almeno sulla collaborazione di uno o più esperti in storia medicea, sì da evitare brutte figure soprattutto in patria. Perché la storia romanzata non è certo una novità, ma quando tra sviste e cantonate quel che si racconta è pura invenzione, le strade sono due: o si avverte chiaramente lo spettatore che trattasi di storie di fantasia, oppure l’intervento di un organo di tutela dell’immagine e della storia di Firenze sarebbe non solo auspicabile, ma necessario.

Già nella sigla della prima stagione, dopo pochi secondi, andò in onda la prima inesattezza che denotò l’inesistente rispetto per la verità storica. Scorrevano infatti le immagini di sculture, bassorilievi e monete e su una di queste compare lo stemma Medici con le tradizionali sei palle (anche se all’inizio erano addirittura otto). Solo che quella centrale, in alto, recava gli altrettanto consueti tre gigli di Francia; peccato che questo inserimento araldico avvenne solo nel 1465, con la concessione di Re Luigi XI a Piero de’ Medici (detto il Gottoso), figlio di Cosimo il Vecchio, l’anno dopo che questi morì.

Un altro sfondone si trovava al termine della sigla, quando si ammira il panorama di Firenze, con l’Arno – in basso a sinistra – attraversato dal Ponte Vecchio così come lo vediamo noi oggi, cioè con il Corridoio Vasariano, l’attraversamento aereo voluto da Cosimo I e quindi costruito nel 1565, cioè 135 anni dopo l’anno in cui la storia medicea inizia a dipanarsi nella fiction. Altri due errori, grossolani, riguardarono i primi minuti dell’episodio di apertura della serie: Giovanni di Bicci – padre di Cosimo il Vecchio – ammira Firenze e esclama “Quanta bellezza!”, ma vede anche la cupola della Cappella dei Principi di San Lorenzo, che sarebbe stata visibile solo intorno al 1620, cioè quasi due secoli dopo.

Per non parlare della morte dello stesso Giovanni di Bicci: nella fiction muore avvelenato mangiando dei chicchi d’uva. A dire il vero del padre di Cosimo il Vecchio si sa ben poco, ma la data della morte è nota: 20 febbraio 1429. Ecco: di certo nei filari di vigne intorno a Firenze il 20 febbraio di uva non ce n’era più… Forse per la produzione televisiva creare un parallelo mentale tra la storia della Toscana e l’uva, la cui immagine rimanda al vino, può avere degli effetti benefici. Ma questi son tutti da dimostrare e comunque falsificano la storia. Perché se fosse morto mangiando una zuppa di verdure, forse il parto di fantasia (giacché non è nota la causa mortis di Giovanni di Bicci) sarebbe stato più accettabile.

La prima stagione della serie è poi proseguita attraverso molte altre inesattezze, fino al più grande errore, ovvero la morte – apparentemente senza eredi -di Lorenzo de’ Medici, fratello di Cosimo il Vecchio. Ebbene questi era il fratello minore di Cosimo il Vecchio e, nella realtà, non solo morì nel 1440 (quindi ben dopo il periodo in cui passa a miglior vita nella fiction), ma fu anche il bisnonno di Giovanni delle Bande Nere, ovvero il padre di Cosimo I, primo dei sette granduchi di casa Medici. Insomma da Lorenzo (fratello di Cosimo il Vecchio) dipende tutto il ramo cadetto (detto Popolano) dei Medici che mantennero il potere fino al 1737, cioè alla scomparsa di Gian Gastone, ultimo granduca mediceo. Aver scelto di farlo morire trafitto da una spada in carcere (quando invece chiuse gli occhi nella Villa di Careggi) e per di più senza eredi ben individuabili, pare una libertà romanzesca ai limiti della decenza.

La speranza, evidentemente, è che nella seconda stagione che sta per cominciare certi errori non si manifestino con la stessa frequenza e che si abbia un po’ più di rispetto della verità nel trattamento degli anni di Lorenzo il Magnifico. Questo è l’ovvio auspicio. Però nel trailer che già da qualche giorno va in onda, a un certo punto appare un ponte – non esistente nella realtà, bensì frutto di un’elaborazione digitale – che somiglia tanto a Ponte Vecchio, con tanto (di nuovo) di Corridoio Vasariano. Sarebbe l’ennesima fake: Lorenzo il Magnifico morì nel 1492, ovvero 83 anni prima che il percorso privato dei Medici da Palazzo Vecchio a Palazzo Pitti fosse costruito. Ma cosa vuoi che sia… È la fiction, bellezza!

‘Estraderò Cesare Battisti’, Bolsonaro fa il bullo su Twitter ma la questione resta complessa

Il “cinguettio” con cui il papabile nuovo presidente del Brasile ha provocato un trambusto mediatico nazionale e internazionale, recita così: “Confermo la mia intenzione, nel caso di vittoria alle elezioni, di procedere all’immediata estradizione del terrorista italiano Cesare Battisti, adorato dalla sinistra. Mostreremo al mondo il nostro impegno nel combattere il terrorismo, e consegnare i responsabili alla giustizia. Il Brasile merita rispetto”.

Il tutto suggellato da un altro tweet di Bolsonaro, scritto in italiano e dedicato al novello Matteo nostrano; ricambiando così la cortesia che Salvini gli aveva anticipato, inneggiando al successo del politico brasiliano dopo il primo turno elettorale delle presidenziali.

Battisti non appare, almeno per il momento, molto impaurito: afferma che non spetta al candidato dell’estrema destra decidere sulla sua sorte, bensì al STF (Supremo Tribunale Federale) che in realtà si era già pronunciato nel 2010 a favore dell’estradizione dell’ex terrorista, bloccata però dall’allora presidente Lula Da Silva alla fine del suo ultimo mandato.

Quest’ultimo aveva concesso a Battisti lo status di rifugiato politico. Un Santo in paradiso su cui ora non può più fare affidamento, essendo Lula in carcere a Curitiba, condannato a dodici anni per corruzione e riciclaggio.

Per bilanciare la caduta in disgrazia del suo difensore più celebre, sotto gli strali del Procuratore Generale è finito pure il presidente pro tempore Michele Temer, accusato di corruzione attiva, con i beni sotto sequestro.

Un anno fa, il 4 ottobre 2017, Battisti fu fermato alla frontiera con la Bolivia, mentre cercava di espatriare portando con sé un’ingente somma di denaro, oltre il limite consentito. In seguito a questo nuovo reato, Temer cercò in tutti i modi di cacciare l’italiano, senza però riuscirci. Il presidente a termine, era nei guai già da allora, per aver accettato denaro da Joesley Batista, il re della carne brasiliana. Per il momento, è ancora protetto dal Foro Privilegiado, di cui abbiamo illustrato le caratteristiche nel post precedente.

Quindi, finché rimane in carica non può essere giudicato dal tribunale federale ordinario, ma solo da STF. E’ ormai questione di tempo: tra poco più di una settimana, perderà questo privilegio e non è escluso che venga arrestato, come è successo a Lula.

Ne consegue che difensore e accusatore dell’ex guerrigliero si annullino a vicenda, entrambi screditati agli occhi della giustizia e dell’opinione pubblica.

La questione giuridica del caso Battisti rimane complessa, e non basterà un “tweet” a sbrogliarla. Già nel 2007, la diatriba su Battisti aveva deteriorato politicamente i rapporti tra Brasile e Italia, trascinandosi fino al 2011, quando il Supremo Tribunale capovolse le carte in tavola, votando contro l’estradizione che solo un anno prima aveva sostenuto. Il conflitto si allargò, con una polemica che oppose il Pdl di Berlusconi al PT (Partido dos  Trabalhadores) di Dilma Rousseff, ancora capo di Stato. Eppure, il nocciolo della questione è puramente giuridico.

In primis: il codice penale brasiliano prevede una pena massima di trent’anni, mentre quello italiano per reati di terrorismo e omicidio, entrambi contestati a Battisti, arriva fino all’ergastolo. Ergo, la magistratura federale violerebbe i suoi presupposti se consentisse l’estradizione di un ricercato nel paese di origine che contempla una pena maggiore del Brasile. Inoltre, anche se ha subìto la revoca dello status di rifugiato politico, Battisti ha sposato una donna brasiliana, cosa che impedisce l’estradizione secondo lo Statuto dello Straniero. Nel 2013, ha usufruito della prescrizione federale per i suoi reati.

E non basta: secondo il trattato di estradizione redatto tra Italia e Brasile, se nel paese richiesto (Brasile nel caso in questione) è intervenuta amnistia o prescrizione, il ricercato non potrà essere estradato nel paese richiedente (Italia). Inoltre, se lo Stato che riceve la richiesta ha serie ragioni per ritenere che ci sia una persecuzione politica o discriminatoria nei confronti del ricercato, può opporsi comunque. Quest’ultima pregiudiziale non avrebbe più motivo di esistere se Bolsonaro vincesse, considerando che la sua matrice politica è affine a quella del ministro degli Interni italiano.

Rimarrebbero però gli ostacoli giuridici, sempreché egli non voglia, una volta conquistato il potere, dare una svolta autoritaria alla politica brasiliana, viste le sue simpatie per il regime militare 1964-85. Il che appare abbastanza improbabile, in un quadro regionale e internazionale profondamente mutato da quei tempi che furono.

In realtà quel tweet che tanto ha sconvolto le redazioni appare più una smargiassata, in perfetta linea con quelle di Donald Trump e Matteo Salvini, che sono pervicaci utilizzatori dei 140 caratteri di Twitter, anche se il social network ha raddoppiato lo scorso anno la sua portata massima, ai fini di arginare il suo crollo nello stock-market. Nonostante ciò, i tre caporioni rimangono fedeli alla versione originale: sanno bene che per i loro limiti culturali e l’immediatezza degli slogan propinati – nell’ambito di una società liquida che poco riflette e molto si adegua alla violenza verbale – 140 sono più efficaci.

Calano i reati ma ci sentiamo più insicuri. Si chiama percezione inversa e si spiega così

Dovremmo essere molto soddisfatti in quanto i rilevamenti dimostrano che i principali reati sono in costante diminuzione. In particolare in Italia omicidi, rapine, furti e reati mafiosi calano da parecchi anni con una certa costanza. La percezione di insicurezza, al contrario, sembra aumentare nella popolazione. Come mai?

I soliti dietrologi, che la sanno sempre molto lunga, a questo punto metteranno in discussione i dati oggettivi perché la volontà e la percezione del popolo deve prevalere sulla realtà. La gente per costoro ha sempre ragione. Per i furti potremmo ipotizzare che, delusi dai risultati delle forze dell’ordine, alcune persone non li denuncino ma direi che la rilevazione delle rapine e degli omicidi è sicuramente veritiera. Ritenere che artatamente siano manipolati mi pare difficile anche per il peggiore paranoico. Una seconda spiegazione, senza scomodare la psicologia, potrebbe risiedere nell’uso politico posto in essere per strumentalizzare il senso di insicurezza alla ricerca dell’uomo forte. Probabilmente è vero che vari partiti politici, attraverso i loro giornali e televisioni di riferimento, abbiano utilizzato il senso di timore rispetto ai reati come motore della loro propaganda. Non spiegherebbe però come cambiando governi da destra a sinistra e ora di nuovo a destra il senso di insicurezza collettivo sia comunque in aumento a fronte di un calo dei reati

In realtà un meccanismo psicologico legato alla percezione ci aiuta nella comprensione di questa discrepanza fra realtà e vissuto collettivo. Il nostro cervello tende a dare rilevanza non tanto ai valori assoluti quanto alle variazioni. Un evento su un milione non viene percepito mentre lo stesso evento su dieci assume grande rilevanza. Faccio un esempio personale per farmi comprendere. Quando per un periodo sono stato in un paese estero molto piovoso notavo come gli abitanti del luogo non ci facessero caso tanto da andare in giro senza particolari problemi. Al contrario in zone scarsamente piovose se c’è una perturbazione tutti si tappano in casa. Un esempio forse più calzante è quello delle morti durante il parto. La medicina moderna ha attuato passi da gigante passando da una mortalità infantile enorme nel primo Novecento fino alle percentuali infinitesimali attuali. All’opposto la percezione da parte delle donne del pericolo aumenta non solo per la maggior cultura ma anche perché ogni evento viene immancabilmente ampiamente riportato sui giornali. Inoltre, proprio perché è eccezionale l’evento problematico legato al parto viene amplificato nella nostra mente e percepito come enormemente rilevante.

Per tornare ai crimini se in una società ideale non vi fossero più omicidi per anni e all’improvviso se ne determinasse uno questo assumerebbe una rilevanza assolutamente unica e un impatto mentale enorme.

Questo meccanismo della percezione inversa ha a che fare con la matematica. In effetti in una società ideale in cui ci fossero due omicidi all’anno un singolo omicidio aggiunto corrisponderebbe a un aumento del 50%. Viceversa sui 397 omicidi avvenuti nel 2016 un omicidio in più corrisponderebbe all’incirca a una variazione del 0,25%.

La percezione inversa è interessante nel campo della sicurezza individuale perché muove pulsioni profonde e comportamenti legati all’albore delle nostre origini. Avere qualche timore degli altri individui è fisiologico e naturale ma non deve divenire un modo per ridurre eccessivamente il contatto coi nostri simili. Paradossalmente, inoltre, più ci chiudiamo in noi stessi più gli altri ci percepiranno come ostili alimentando a loro volta le loro paure e le loro chiusure che, in una spirale perversa, aumenteranno la nostra titubanza. Dobbiamo stare attenti in quanto rischiamo di chiuderci sempre più in casa impauriti senza aprirci alla socializzazione  proprio nel momento in cui i dati oggettivi ci indicano che ci sarebbe maggiore possibilità di vivere liberi dalla paura.