Da sei mesi Nursena, 21 anni, si batte contro l’indifferenza dell’amministrazione turca, nella speranza di scoprire cosa è successo a suo padre. Hüseyin Galip Küçüközyigit, 49 anni, che era consigliere del primo ministro, è scomparso la sera del fallito golpe militare del 15 luglio 2016 per rovesciare il presidente islamo-conservatore Recep Tayyip Erdogan e il suo Partito della giustizia e dello sviluppo (Akp). Il tentativo di golpe fu attribuito al predicatore Fethullah Gülend e ai suoi uomini, di cui, agli occhi delle autorità turche, Hüseyin Galip Küçüközyigit faceva parte. Attraverso il monitor del suo computer, Nursena si scusa, ma non vuole dire nulla che possa compromettere ancora di più suo padre. Di lui sappiamo che non ha partecipato direttamente al putsch.

Dimesso dalle sue funzioni, Hüseyin Galip Küçüközyigit ha passato sei mesi in detenzione prima di essere condannato, nell’estate 2019, a sei anni e tre mesi di prigione. Nell’attesa del nuovo giudizio in appello, è stato liberato. È scomparso il 29 dicembre 2020 mentre stava per partire da Ankara, dove viveva, per andare a trovare la figlia, a Istanbul. “Mi ha detto che sarebbe passato verso le 20, ma non è mai arrivato – ricorda Nursena –. È stato visto l’ultima volta quando ha lasciato il suo ufficio di Kizilay, nel centro di Ankara, intorno alle 17.20. Neanche la sua auto è mai stata trovata”.

Da allora la studentessa in medicina si scontra con le amministrazioni dello Stato: “Per giustificare la loro inazione, sostengono che mio padre sia scappato”. Centinaia di persone sospettate di essere seguaci di Gülen hanno infatti attraversato il fiume Evros per trovare rifugio in Grecia. Ma Nursena non crede che sua padre sia fuggito: “Innanzi tutto, era convinto che la corte d’appello avrebbe revocato la sua condanna. E anche se avesse pensato che il verdetto sarebbe stato confermato, il processo avrebbe preso almeno tre o quattro anni. Inoltre – aggiunge –, se davvero avesse avuto intenzione di scappare, non avrebbe detto che mi veniva a trovare, non mi avrebbe lasciato senza notizie”. La giovane donna passa da un ufficio all’altro. Alcuni documenti del suo fascicolo sono scomparsi. “Mio padre è stato rapito – sostiene, decisa –, e stanno cercando di impedirmi di indagare”. Chi lo ha rapito? “Vivo in Turchia – risponde –, non posso correre il rischio di dire troppe cose”.

La piattaforma InstituDe, fondata a Bruxelles da diplomatici vittime delle purghe, afferma in un comunicato dell’8 gennaio 2021 che Hüseyin Galip Küçüközyigit “è stato probabilmente rapito da agenti del governo ed è stato sottoposto a tortura”, insieme a un’altra trentina di persone anche loro scomparse. “Lo schema è sempre lo stesso – spiega il direttore di InstituDe, Hüseyin Konus –. Delle persone, che si presentano come agenti dei servizi segreti, il Mit, bussano in pieno giorno a casa della vittima, che viene portata via di forza a bordo di un furgone nero. Non si sa dove la portano, ma viene torturata per mesi. Alcune riappaiono come per miracolo in un commissariato di polizia”. In un rapporto del 29 aprile 2020, la Ong Human Rights Watch (Hrw) registra 24 casi di presunte sparizioni e ha indagato su sedici. Tra questi c’è il caso di Gökhan Türkmen che, nel corso del suo processo, il 10 febbraio 2020, ha raccontato di essere stato rapito da agenti dello Stato ad Antalya, il 7 febbraio 2019, di essere stato trasferito in un commissariato il 6 novembre 2019 e incarcerato.

Türkmen, indica Hrw, che ha trascritto le deposizioni, ha detto di essere stato chiuso “in cella per 271 giorni, ammanettato, con gli occhi bendati, i piedi incatenati, e di essere stato torturato, privato di cibo, acqua e sonno”. Questi sequestri passano sotto silenzio nella stampa turca. “Al di là degli eventuali crimini commessi da queste persone, la Turchia deve porre fine a queste enormi violazioni dei diritti umani”, sostiene Emma Sinclair-Webb, portavoce di Hrw in Turchia. Erhan Dogan, direttore di una scuola di Ankara legata al movimento gülenista, è stato arrestato dieci giorni dopo il fallito colpo di Stato: “Gli agenti in borghese che sono venuti ad arrestarmi mi hanno picchiato per due, tre ore, col pretesto di farmi sputare i nomi di alcuni complici, che non ero in grado di fornire”, spiega. Dogan è stato trattenuto per tutta la notte nella scuola e all’alba è stato portato alla direzione dell’antiterrorismo di Ankara.

“Due guardie mi hanno sbattuto la testa contro il muro tenendomi per i capelli – racconta –. Mi dicevano che non sarei uscito vivo da lì”.

Poi lo hanno portato in una palestra dove si trovavano già un centinaio di persone, vestite con un’uniforme arancione come la sua, allineate lungo un muro. Lo hanno fatto inginocchiare con la faccia contro un muro, le mani legate dietro la schiena: “C’erano tracce di sangue dappertutto – dice –. Più tardi ho saputo che è lì che avevano torturato i militari dopo il colpo di stato”. La notte viene spogliato e picchiato con dei manganelli: “Volevano che riconoscessi di essere un terrorista e che facessi i nomi di dieci persone. Un giorno mi hanno appeso al soffitto con una corda legata ai polsi, in modo che non toccassi terra con i piedi, e mi hanno colpito”. Un agente lo ha minacciato di violentare sua moglie e sua figlia. Un giorno è stato portato in tribunale e incarcerato. Le condizioni della detenzione erano disumane: “Il dormitorio era predisposto per quattordici persone, ma eravamo cinquantacinque, con un solo bagno e una doccia. C’era acqua fredda solo per due o tre ore alla settimana. Per sette o otto mesi ho dormito per terra”. È stato condannato a sette anni e mezzo di prigione, ma, il 30 gennaio 2018, in appello, ha ottenuto la libertà vigilata. Poco dopo è fuggito in Germania con la famiglia, passando per la Grecia. Da allora i casi di tortura in Turchia da parte della polizia sono aumentati, fa notare Hew. “Si diffonde una cultura dell’impunità tra le forze dell’ordine”, spiega Emma Sinclair-Webb. Violenze che non riguardano solo i presunti gülenisti, ma anche gli attivisti curdi. È il caso di Kadir Aktar, 17 anni, arrestato nel luglio 2020 alla periferia di Istanbul, a margine di una sparatoria in cui era morto un poliziotto, ma a cui Kadir non aveva partecipato direttamente. Rilasciato il 16 febbraio 2021, il giovane era stato arrestato di nuovo due giorni dopo e trovato morto nella sua cella, impiccato. Ufficialmente, un suicidio. Emma Sinclair-Webb richiama anche l’attenzione sulle misure di ritorsione subite dalle poche persone che osano denunciare casi di sparizione o tortura.

Tülay Açikkollu è tra queste. Per mesi l’insegnante ha indagato per scoprire cosa fosse successo al marito, morto in carcere la notte del 4 agosto 2016. Gökhan Açikkollu, 42 anni, insegnante di storia in un liceo di Istanbul, è morto tredici giorni dopo essere stato arrestato sulla base di una denuncia. Il rapporto autoptico, realizzato dal presidente della Fondazione per i diritti umani della Turchia (Tihv), Sebnem Korur Fincanci, ne ha accertato la morte per infarto, causato dalle torture subite. Sono descritti lividi, ferite alla testa e alle gambe, costole rotte. Quando è andata a sporgere denuncia per omicidio alla procura di Istanbul, il 24 febbraio 2017, Tülay è stata trattenuta dalla polizia. “Mi hanno chiesto di fare i nomi degli amici di mio marito. Mi dicevano che mi avrebbero messa in prigione, poi mi hanno rilasciata”. Il 7 febbraio 2018, Gökhan Açikkollu, che era stato licenziato poco prima dell’arresto, è stato reintegrato a titolo postumo nella funzione pubblica: “La dimostrazione che mio marito era innocente”. Tülay ha dunque contattato i media nella speranza di lavare l’onore del marito, ma un giornalista filo-governativo ha fatto il suo nome, precisando che il figlio aveva studiato in una scuola del movimento di Gülen. “Quattro giorni dopo, un atto d’accusa del tribunale reclamava contro di me da sette a quindici anni di prigione. Quel giorno capii che non potevo più vivere in Turchia”. Oggi Tülay risiede con i due figli in un paese europeo.

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