Privato o pubblico? La domanda sul futuro del pericolante Istituto di previdenza dei giornalisti, l’Inpgi, spacca le redazioni. Il 23 giugno il consiglio di amministrazione dell’ente ha varato l’ennesima riforma che però vale appena una ventina di milioni a fronte di un “rosso” che nel solo 2020 ha raggiunto i 242 milioni, dopo i buchi da 171,4 milioni nel 2019 e 147,6 nel 2018. Ma le perdite sono iniziate nel 2011 e anno dopo anno il patrimonio dell’Inpgi si è prosciugato: la quota liquida (che non comprende gli immobili) è calata dai 369 milioni del 2019 a 217 al 31 dicembre scorso. Senza interventi eccezionali, già l’anno prossimo la cassa rischia di non riuscire a pagare le pensioni. L’Inps si offre per assorbire l’istituto, ma la maggioranza della Federazione nazionale della stampa (Fnsi), il sindacato dei giornalisti, respinge sdegnosamente la proposta in nome di un asserito legame tra autonomia delle pensioni e libertà di stampa. L’autonomia finanziaria della previdenza dei giornalisti però è comunque finita: lo Stato ha accantonato 1,6 miliardi nei prossimi nove anni per una manovra sulle pensioni sostenuta proprio dalla Fnsi.

È la crisi dell’editoria a spingere la cassa verso il default. Tra il 2010 e il 2020 la pubblicità sui quotidiani è calata del 69%. A dicembre scorso i giornali hanno venduto 51,2 milioni di copie, in calo del 14% su base annua. I giornalisti attivi a dicembre erano 14.719, -4% sul 2019. Le copie vendute dai primi sette editori (Cairo, Mondadori, Gedi, Il Sole 24 Ore, Monrif, Caltagirone e Class) dal 2016 al 2020 sono passate da 48 a 30,1 milioni al mese, -37%. Nel decennio 2011-2020 i sette gruppi hanno accumulato perdite nette per 2,53 miliardi. Solo Rcs-Cairo ha sempre chiuso in utile gli ultimi sette esercizi.

La legge 509 del 1994 ha privatizzato alcuni enti previdenziali, tra cui quello dei giornalisti, l’unico a sostituirsi interamente all’Inps: paga pensioni, cassa integrazione, disoccupazione, ristori per i contratti di solidarietà. Negli ultimi 10 anni i soli ammortizzatori sociali gli sono costati oltre 500 milioni. Ma a condannare l’Inpgi sono i “rapporti tecnici” tra i pensionati e gli attivi. Se nel 2009 a fronte di pensionato c’erano tre giornalisti al lavoro, nel 2020 si è scesi ad appena 1,53 attivi: a fronte di 100 euro di contributi incassati l’ente ne ha spesi 160 per le pensioni.

Per resistere, la maggioranza della Fnsi vuole aumentare la platea contributiva facendo entrare nell’Inpgi – sinora aperto solo ai giornalisti – anche i comunicatori che lavorano negli uffici stampa pubblici o privati e che ora versano i contributi all’Inps. L’ingresso nell’Inpgi di 14.500 comunicatori è stato recepito dal Parlamento nella legge 58 del 2019 ed è previsto dal primo gennaio 2023. Ma il trasloco dei comunicatori all’Inpgi non sarà a costo zero: per l’operazione la legge 58 ha accantonato nel bilancio dello Stato un miliardo e 575 milioni fino al 2031 e altri 191 milioni ogni anno in avanti.

Anche così, tuttavia, l’Inpgi non potrà salvarsi. Lo ha spiegato il 24 giugno alla Commissione parlamentare di controllo sulle casse previdenziali il presidente dell’Inps, Pasquale Tridico, che ha teso la mano pubblica: “Le difficoltà dell’Inpgi sono strutturali. Spostare i comunicatori o altri contribuenti dall’Inps all’Inpgi non è la soluzione. Noi saremmo in grado di assorbire l’Inpgi, c’è una interlocuzione in corso. Non vogliamo interferire in un settore così delicato ma non vorremmo una migrazione di contribuenti”. Ma la maggioranza del consiglio di amministrazione dell’Inpgi ha però reagito indignata, rispedendo l’offerta al mittente. Il 30 giugno la presidente dell’Inpgi, Marina Macelloni, ha dichiarato: “Pensiamo che entrare nell’Inps sia la cancellazione della professione. Forse l’obiettivo è proprio questo”. “Se Tridico ha da offrirci un Bengodi, allora cosa aspetta? Ci chiami subito. E che questa proposta arrivi sul tavolo di Draghi”, ha affermato sarcasticamente il presidente della Fnsi, Giuseppe Giulietti. Secondo Giulietti dal destino dell’ente previdenziale dipende il futuro dell’informazione: “Nostro compito è quello di trattare col governo e coi ministeri anche perché non si mettano le mani sull’ente previdenziale”, ha concluso il sindacalista ed ex deputato Pd. Ma dai bilanci dell’Inpgi emerge un’altra spiegazione: da anni l’istituto versa milioni al sindacato “per i servizi resi dalle associazioni regionali della stampa e dalla Fnsi” nella gestione delle sedi dei patronati. Nel 2020 sono stati 2,47 milioni, come nel 2019. Fondi che alla Fnsi fanno molto comodo, visto il calo degli iscritti, e ai quali il sindacato dovrebbe rinunciare in caso di passaggio all’Inps.

Intanto la categoria è spaccata: la maggioranza della Fnsi vuole che l’Inpgi resti autonomo e crede che l’istituto possa farcela da solo, la minoranza del sindacato chiede invece la garanzia pubblica sulle pensioni dell’ente, che dovrebbe restare autonomo. Ma tra pensionati e giornalisti attivi si fa sempre più strada la richiesta di confluire nell’Inps senza toccare i diritti acquisiti, come già avvenuto in passato per Scau (lavoratori agricoli), Ipost (postelegrafonici), Enpals (spettacolo), Inpdai (dirigenti).

Con il decreto 34 del 2019, intanto, il governo ha deciso che l’Inpgi sarà commissariato se non verrà risanato strutturalmente. Dopo un primo rinvio di sei mesi, il 30 giugno è scaduto il termine per evitare la scure e ora un emendamento del deputato Filippo Sensi (Pd) al decreto Sostegni bis chiede un nuovo rinvio del commissario sino a fine anno. I nodi però sono ormai al pettine: prendere tempo non è più possibile.

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