“Per quali motivi non riusciamo a vedere rispettata la volontà popolare? Da una parte banche, imprese multinazionali e grandi investitori sono schierati per l’assoluta privatizzazione dei servizi pubblici, a partire dall’acqua, perché ciò consente di ricavare lauti profitti attraverso l’erogazione di servizi essenziali, cioè servizi di cui le persone non possono fare a meno neppure in un momento di crisi. Dall’altra parte, il modello di privatizzazione tramite società per azioni consente di dar vita ad uno strano ibrido, le Spa miste, dove anche gli enti locali sono azionisti e assieme ai soggetti privati partecipano agli utili”. Tommaso Fattori è stato tra i fondatori del Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua e fra i principali promotori dei referendum d’iniziativa popolare del giugno 2011. Un referendum in cui 27 milioni di cittadini italiani (95% dei votanti) si schierarono contro la privatizzazione dell’acqua e per portare la gestione del servizio idrico integrato fuori dalle logiche del mercato. Eppure, le varie maggioranze che si sono susseguite in parlamento non hanno mai dato seguito all’esito referendario approvando una legge attuativa che ripubblicizzasse la gestione dell’acqua. Come capita troppo spesso, la maggioranza parlamentare non concretizza la volontà espressa dalla maggioranza sociale.

Oggi la nostra rete idrica versa in uno stato deplorevole, secondo l’Istat il 42% dell’acqua in distribuzione si disperde e, secondo un’inchiesta di Altreconomia, il costo delle nostre bollette ha subito un aumento del 90% in dieci anni. Analizzando i motivi per cui l’attuale sistema di gestione privatistico produce questi pessimi risultati, emerge in primo luogo che la dispersione di rete non costituisce un problema per le Spa, in quanto le perdite vengono spalmate sulle bollette dei cittadini. Inoltre, in molti casi, non sono stati fatti neppure gli investimenti programmati e approvati nei piani di ambito, di fatto già pagati in bolletta dai cittadini. Insomma, questo è un modello che arricchisce i gestori ma impoverisce la collettività.

La realtà odierna mostra che i profitti sull’acqua si realizzano e si distribuiscono sotto forma di dividendi grazie alla sostituzione della “remunerazione del capitale investito”, abolita dal referendum, con i cosiddetti “oneri finanziari” del gestore. A questo punto è importante ricordare che ci troviamo nel bel mezzo di una crisi climatica. Secondo i dati elaborati dall’Agenzia Europea per l’Ambiente e dal Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (Ipcc) l’Italia, e in particolare le regioni del sud, saranno sempre più colpite da periodi di siccità, eventi estremi e incendi a causa del riscaldamento globale. Il Consiglio Nazionale dei Geologi afferma che già ora il sistema non è pienamente in grado di assicurarci la disponibilità e salubrità della risorsa acqua a causa della mancata pianificazione.

Sarà dunque di fondamentale importanza che la gestione dell’acqua tenga conto degli scenari futuri di scarsità e usi concorrenti della risorsa (civile, industriale, agricolo). Questo potrà essere concretizzato innanzitutto “togliendo l’acqua dal mercato e dalla Borsa. L’acqua è un bene vitale per gli esseri umani, per gli animali, per le piante. Si tratta quindi di adottare una visione sistemica preservando il ciclo idrico nella sua integrità, in modo da eliminare anche alcune concause del riscaldamento globale. Spiega sempre Fattori: “Occorre restituire la vegetazione alle aree che abbiamo inaridito e riprogettare le città e le abitazioni contemplando aree verdi, sistemi di immagazzinamento di acqua piovana e reti cosiddette duali. Per questo occorre anche prevedere bilanci idrici di bacino per assicurare l’equilibrio tra prelievi e capacità naturale di ricostituzione della risorsa”.

Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr) prevede investimenti per “garantire la gestione sostenibile delle risorse idriche lungo l’intero ciclo e il miglioramento della qualità ambientale delle acque interne e marittime”. Ma la cosiddetta riforma del settore idrico contenuta nel Pnrr, pur presentandosi come un rafforzamento della governance, nei fatti prepara la definitiva privatizzazione del servizio idrico attraverso la conquista del Sud Italia da parte delle società multiutility del centro nord. Insomma, si tratta di un rilancio dei processi di privatizzazione centrato sull’allargamento del territorio di competenza di alcune grandi aziende multiservizio quotate in Borsa che gestiscono i fondamentali servizi pubblici a rete come acqua, rifiuti, luce e gas. Mentre sarebbe prioritario approvare una legge attuativa dell’esito referendario del 2011, come oggi chiede anche l’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile (Asvis), tra i cui aderenti figurano potenti associazioni di imprese.

Riteniamo che sia un segnale positivo che il governo abbia posto la sua attenzione sul “sistema acque”, così vitale per il nostro paese. Ma ora è indispensabile una svolta radicale con la rapida approvazione di una legge per la gestione pubblica, trasparente e partecipata dell’oro blu.

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