Nel panorama dei progetti che stanno caratterizzando la fase attuale della transizione ecologica (ed energetica), sta suscitando particolare attenzione quello legato al progetto Ccs (Carbon Capture and Storage), targato Eni. Il progetto prevede, come si legge sul sito ufficiale della stessa Eni, la realizzazione del più grande sito di stoccaggio di anidride carbonica del mondo. Dove? Sotto il mare Adriatico, al largo di Ravenna, utilizzando giacimenti di gas naturale ormai esausti.

Brevemente, con il progetto Ccs si intende praticare la cattura dell’anidride carbonica dai fumi emessi dagli impianti industriali, la sua separazione dagli altri gas, il suo trasporto con gasdotti in un impianto di raccolta e infine il suo stoccaggio “perenne” all’interno di giacimenti di idrocarburi ormai esausti. Il team di ricercatori e ingegneri di Energia per l’Italia inquadra come “irrazionale e impraticabile” la strategia basata sullo stoccaggio di CO2 per controllare il cambiamento climatico.

I Parents for Future condividono questa posizione, per le motivazioni spiegate in seguito, e prenderanno parte al grande presidio per contrastare la realizzazione del progetto, pianificato a Ravenna domani (No Ccs – Il Futuro non si (S)tocca!).

In primo luogo, la tecnologia Ccs, ancora in fase sperimentale, non ha fino ad oggi prodotto che risultati fallimentari, in tutti i grandi contesti industriali in cui è stata testata. Se prendiamo in analisi la Relazione speciale n°24 del 2018 della Corte dei conti Europea già il titolo dice tutto sugli insuccessi dei progetti finanziati dalla Ue in materia: “Dimostrazione delle tecnologie di cattura e stoccaggio del carbonio e delle fonti rinnovabili innovative su scala commerciale nell’Ue: i progressi attesi non sono stati realizzati negli ultimi dieci anni”. Anche l’impianto texano di Petra Nova, considerato un test per capire se la tecnologia Ccs poteva veramente essere utile nella battaglia contro il cambiamento climatico, dopo poco più di 3 anni di operatività è stato chiuso in quanto insostenibile economicamente.

Ma c’è di più. L’immagazzinamento permanente della CO2 non rassicura dal punto di vista della sicurezza che in futuro non ci possano essere fuoriuscite che vanificherebbero il beneficio apportato per combattere il cambiamento climatico, e sarebbero rilevabili solamente tramite un monitoraggio intensivo. Inoltre, già nel 1968, veniva riportato da Science che pompare fluidi in pressione nel sottosuolo aveva un impatto negativo sul rischio geologico. Questo perché andando ad alterare la pressione interstiziale del sottosuolo, c’è la possibilità di riattivazione di faglie silenti, per non parlare di quelle già attive, innescando terremoti (il progetto spagnolo “Castor”, costituisce un precedente importante).

Il territorio italiano è già di per sé caratterizzato da un elevato rischio geologico e nello stesso territorio di Ravenna è presente una faglia, chiamata ITCS012 Malalbergo- Ravenna, attiva a 2-8 km di profondità, rilevata dall’Ingv. È stato tenuto conto di questi rischi, legati alla vita delle persone? Solitamente, i progetti di interesse nazionale devono sottostare ad accurate valutazioni di impatto ambientale che, tra l’altro, necessitano di un lungo periodo di tempo per arrivare a concludersi (8 anni per autorizzazione ultimo parco eolico italiano).

Non riteniamo accettabile che invece il progetto Ccs possa seguire un iter di approvazione differente e molto più rapido. Stiamo parlando di un emendamento al famoso Decreto Semplificazioni del 2020 che consente per gli impianti sperimentali in alto Adriatico (es. progetto Ccs) di poter non essere oggetto di valutazione di impatto ambientale nazionale.

Le 4 fasi che costituiscono il processo Ccs (esplorativa per ricerca siti stoccaggio, cattura CO2, trasporto in tubazioni e stoccaggio) dovrebbero essere senza dubbio oggetto di valutazione di impatto ambientale nazionale, di valutazione di incidenza ambientale (V.I.A.) in quanto sito di interesse comunitario per la flora e per la fauna e di valutazione ambientale strategica (V.A.S.).

Non possiamo dunque che essere assolutamente contrari alla rapida approvazione del progetto Ccs di Eni, la quale sta anche considerando il possibile sviluppo di una filiera blue (nel cui contesto lo stoccaggio di CO2 avrebbe un ruolo chiave). Si tratta della produzione del cosiddetto “idrogeno blu”, tramite il reforming del metano (con acqua ed energia elettrica) prodotto in quantità ingente dai grandi centri industriali del ravennate. Oltre all’idrogeno, sarebbe prodotta anche CO2, che verrebbe stoccata tramite Ccs all’interno degli stessi giacimenti esausti di gas naturale.

La produzione dell’idrogeno blu è la carta che le aziende del petrolio e del gas si stanno giocando per poter continuare a estrarre e usare il metano. Questo, nonostante tutti i tentativi finora condotti di utilizzo della tecnologia Ccs che si siano rivelati non sostenibili economicamente e caratterizzati dalle criticità già descritte.

La transizione energetica non può includere, a nostro avviso, investimenti a medio-lungo termine che non siano destinati al rafforzamento della produzione di energia da fonti rinnovabili che, per inciso, hanno intensità occupazionale superiore rispetto al settore dei combustibili fossili. E mentre questo accade in Italia, in Gran Bretagna è stato appena pubblicato uno studio attribuendo un valore economico ai “servizi ecosistemici” per la cattura dell’anidride carbonica. È emerso che alghe, fanghi e paludi marine sono più efficienti nel catturare CO2 dall’atmosfera di tutti i boschi del Regno Unito. Inoltre, in relazione a costi e benefici, gli esperti hanno affermato che il ruolo svolto dai fondali marini genera più valore del petrolio e gas che si potrebbe estrarre.

Da questi risultati si evince che problema e soluzione sono le due facce della stessa medaglia: crisi climatica e conseguenze si possono mitigare tutelando i mari e l’ambiente nella sua interezza.

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