I personaggi creati dai comici Pio D’Antini e Amedeo Grieco, Pio & Amedeo, sono due agroikoi, dicevamo, cioè due Checco Zalone. Il loro sketch contro il politically correct procede per gag che sono composte, come ogni gag, da una premessa e da una battuta. Le premesse usate da Pio & Amedeo sono una sfilza di argomenti falsi. Vediamoli uno per uno.

“Non è l’uso della parola il problema, ma l’intenzione della parola”. Solo che non ci sono parole neutre, e quelle che rimandano a discriminazioni, passate e presenti, sono discriminatorie, indipendentemente dalle intenzioni di chi le dice. “Oggi contano più le parole che il significato che ci metti dentro”. Ma non la decidi tu, la storia discriminatoria che una parola si porta dentro. “Oggi non si può dire più niente”. No, si può dire tutto, ma senza discriminare il prossimo per motivi razziali, etnici, religiosi. Il ddl Zan estende giustamente questo divieto ai motivi sessuali, di orientamento sessuale, di identità di genere e di disabilità. Perché uno dovrebbe poter discriminare gli altri impunemente? “Dobbiamo poter scherzare su tutto senza freni!”. Davvero? Anche scherzare su vittime vere di carnefici veri? Schierandoti cioè coi carnefici? Per esempio perculando Anna Frank o don Pino Puglisi? Non credo proprio. “Io voglio che negro faccia la fine di terrone. Nel senso della parola. All’inizio era dispregiativo. Appena abbiamo sfoderato l’autoironia noi terroni è quasi diventato figo dirlo”. Anche oggi “terrone” è un insulto, se lo dici a chi non conosci. Poi, se un determinato insulto è figo non sta a te deciderlo, ma alla vittima dell’insulto. Infine, auspicare l’autoironia della vittima lascia intatto il comportamento del violento, ovvero è una banalizzazione del problema: creato dal violento, non dalla vittima. “L’avarizia degli ebrei è un luogo comune. Scherziamoci su”. Ma perpetuare uno stereotipo non contrasta lo stereotipo, e incoraggia chi lo condivide. Le gag tv che rafforzano gli stereotipi razzisti hanno come conseguenza quella di banalizzare il razzismo, col risultato, per esempio, che a scuola i bulletti umiliano certi compagni ripetendo a sfottò i tormentoni, apparentemente innocenti, di questo o di quel comico tv. Vedi “Il problema con Apu” (shorturl.at/sCEIM). “Va condannata la cattiveria”. Ma un cattivo potrebbe sempre giustificarsi con l’altro tuo argomento, e dirti che hai frainteso la sua intenzione. E che sei pure poco autoironico, dato che, giustamente, t’incazzi. “Ci sono parole che non si possono dire in televisione”. Giusto: in base alle fasce orarie, per proteggere i bambini. Nelle altre fasce orarie, e senza discriminare il prossimo, dovresti poter dire tutto (anche se c’è ancora chi non riesce a rientrare in Rai per fare il talk-show che faceva con successo, essendone stato bannato 20 anni fa dopo un editto di Berlusconi, il padrone della tv concorrente che trasmette Felicissima sera). “Mica tu ti offendi se dico che i neri ce l’hanno più grande del tuo?”. Ma il problema non è l’offendersi, è il discriminare. E il non banalizzare temi rilevanti con stereotipi e stupidera. “Per qualcuno che l’ha frainteso da casa, io chiedo scusa a tutte le donne, le donne sono sensibili”. “Che ho detto?”. Avete appena detto che il problema è di chi è sensibile e fraintende. “Ci resta un’unica soluzione: l’autoironia”. No: l’autoironia non è una soluzione perché solleva i violenti dall’obbligo sociale e morale di non essere violenti. Una risposta migliore è una legge che obblighi finalmente i violenti ad assumersi la responsabilità di comportamenti che, poiché non sanzionati, continuano a vessare vittime. Ovviamente non basta: serve altro, come vedremo. (2. Continua)

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